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Histoire de la France contemporaine: recensione e repliche degli autori

Jean Vigreux, Histoire de la France contemporaine. Croissance et contestations 1958-1981, Paris, Seuil, 2014, pp. 472.

Ludivine Bantigny, Histoire de la France contemporaine. La France à l’heure du monde. De 1981 à nos jours, Paris, Seuil, 2014, pp. 512.

 Recensione di Michele Marchi ai due volumi – seguono le repliche degli autori

Siamo di fronte al penultimo e all’ultimo volume della Histoire de la France contemporaine con la quale l’editore Seuil ha lanciato, qualche anno fa, un ambizioso progetto che, una volta completato, consterà di dieci tomi. Di progetto ambizioso si tratta prima di tutto perché la prestigiosa collezione L’Univers Historique di Seuil ha deciso di rinnovare quella Nouvelle Histoire de la France contemporaine pubblicata da Points in venti volumi, per anni riferimento imprescindibile per tutti gli esperti di contemporaneistica francese.

La seconda ragione che rende l’opera nel suo complesso un progetto ambizioso è tutta racchiusa nel nome del suo direttore scientifico. Si tratta infatti di un brillante storico non ancora quarantenne, Johann Chapoutot, già maître de conférences all’Université Mendès-France di Grenoble e di recente eletto professore alla Sorbona. Chapoutot oltre alla giovane età, può vantare un curriculum non propriamente legato alla storia francese, trattandosi di un esperto di storia tedesca e nello specifico di questione nazista e sterminio degli ebrei. Inevitabile dunque attendersi una ricostruzione della storia contemporanea francese basata su categorie non così tradizionali e con continui richiami alla comparazione, esplicita ed implicita. La terza ed ultima ragione deriva direttamente dalla seconda già citata. Un direttore scientifico come Chapoutot non poteva che scegliere una nuova generazione di storici per i dieci tomi. Si tratta di quarantenni, molti ancora maîtres de conférences (come Quentin Deluermoz autore del terzo tomo o la stessa Bantigny autrice dell’ultimo), ma soprattutto rappresentanti di una nuova generazione accomunata da una professionalità spinta al di là di ogni categoria interna alla ricerca storica. Il marchio di fabbrica della collana è quello della storia del «politico», così come definito da Pierre Rosanvallon nel famoso discorso di ingresso al Collège de France, da approfondirsi in tutte le sue sfumature. E a questo progetto si uniformano, senza perdere di vista le loro sensibilità peculiari, tutti gli autori dei dieci volumi.

Se poi dal generale si passa allo specifico dei due volumi qui presentati si deve notare prima di tutto che Vigreux e Bantigny si sono suddivisi gli anni della quinta Repubblica seguendo uno schema piuttosto tradizionale, utilizzando come cesura decisiva quell’elezione di François Mitterrand del maggio 1981 che costituisce il quarto e definitivo pilastro del sistema politico istituzionale che attualmente caratterizza la Francia. Accanto al momento 1958, al completamento istituzionale del 1962 e all’indolore uscita di scena del fondatore del 1969, l’alternanza, ma soprattutto l’arrivo all’Eliseo di uno dei più feroci detrattori e critici del sistema voluto dal generale de Gaulle, costituisce la chiusura di una lunga e complicata fase «costituente». Il secondo elemento da rilevare è che i due volumi, seppur accomunati da quell’impostazione alla quale si è fatto riferimento in apertura, presentano strutture differenti. Quello di Vigreux può essere considerato sostanzialmente «tradizionale», nel senso che l’autore mette a frutto tutto il meglio della storiografia francese relativa al periodo 1958-1981, ma la sua narrazione è lineare e segue un chiaro ordine cronologico, in larga parte strutturato sui differenti passaggi presidenziali. All’interno di questo quadro lineare si devono notare due tratti peculiari del lavoro di Vigreux di un certo interesse. L’autore è molto attento all’evoluzione economico-sociale del Paese e agli intrecci tra questa e l’evoluzione del sistema politico-istituzionale francese sin dai primi passi delle istituzioni della quinta Repubblica. In secondo luogo sono particolarmente apprezzabili i focus che Vigreux più volte dedica a questioni foriere di ricadute sull’evoluzione politica del Paese anche se non direttamente riconducibili a questa. Tra le pagine di maggiore interesse quelle dedicate all’emergere del tema dell’immigrazione, così come quelle sulla commemorazione del centenario della Comune. In generale Vigreux ha il grande merito di ibridare la sua storia del politico, senza dimenticarsi appunto del «politico» stesso. Infine con notevole «coraggio storiografico» Vigreux recupera i cosiddetti «anni Pompidou», offrendo del settennato interrotto, ma più in generale della figura del secondo inquilino dell’Eliseo, la corretta interpretazione. In particolare l’autore rovescia la vulgata tradizionale del mero esecutore del Generale, negli anni trascorsi a Matignon e dedica notevole importanza ai cinque anni dal 1969 al 1974, vero e proprio momento cerniera per un Paese definitivamente proiettato nella modernità in larga parte grazie all’operato di Georges Pompidou, alle sue intuizioni e alla sua capacità di contornarsi di personalità di spessore e pronte a riflettere di politica al di là delle categorie del breve periodo.

Quando si avvia la lettura del volume di Bantigny si ha, al contrario, la netta impressione di trovarsi di fronte ad una costruzione piuttosto eterodossa. Bantigny, seppur giovane, vanta una notevole esperienza soprattutto per ciò che riguarda la storia delle generazioni in politica. Il suo è un approccio alla storia del politico fin da subito «spurio», nel quale le contaminazioni della sociologia così come della geografia politica e dell’economia politica dominano, scelta in parte obbligata dalla cronologia del suo volume. E non a caso Bantigny decide di strutturare tematicamente il suo volume e di suddividerlo in maniera netta in quattro grandi tronconi. Il primo è dedicato alla dimensione politica, il secondo a quella internazionale, ma meglio sarebbe dire sovranazionale e transnazionale. Il terzo approccia il politico nella sua dimensione di società, dietro l’azzeccato titolo «vivre ensemble?». L’ultimo blocco di capitoli è poi dedicato a una complessiva riflessione che sovrappone il ruolo della Francia in un’evoluzione storica tutta da scrivere a interessanti considerazioni sul futuro della storia come disciplina scientifica, all’interno dell’accademia ma anche nel processo di formazione di coloro che, una volta, venivano definiti «buoni cittadini» (ma su quest’ultima parte si tornerà nella parte conclusiva di questa presentazione).

All’interno di questa struttura Bantigny si destreggia piuttosto bene ancora una volta sfruttando l’immensa produzione storiografica francese che oramai sugli anni Mitterrand e perlomeno sul primo mandato di Chirac ha avviato produttivi approfondimenti. Il dato più originale di questa parte più «politica» riguarda la periodizzazione. Bantigny, in parte sfruttando non pochi lavori politologici, si spinge al di là di una periodizzazione centrata sull’elezione presidenziale e considera decisivo il tornante del 1986, quello cioè della prima coabitazione. Fa poi partire da questo momento una sorta di «secondo tempo» che significativamente indica come «l’età della coabitazione» che si chiude con la fine della terza (e ad oggi ultima) lunga coabitazione del 2002, non a caso avvio del mandato presidenziale della durata di cinque anni (argine istituzionale alla «deriva» della coabitazione). Sempre relativamente alla periodizzazione di notevole interesse è la scelta di Bantigny di utilizzare il 1995 e l’inizio delle agitazioni e delle proteste che condurranno alla decisione di Chirac di sciogliere con un anno di anticipo l’Assemblée nationale, l’avvio di una nuova fase della conflittualità sociale a tutt’oggi in corso. Infine, altrettanto di rilievo sono le considerazioni di Bantigny relativamente alla categoria di cambiamento, centrale nella narrazione e nella retorica di tutti i principali leader politici francesi dal 1981 ad oggi, alla ricerca di una «adaptation» del modello francese ad un mondo sempre più sfuggente e sempre meno in grado di essere dominato da quella realtà statutaria passata dal rango di grande potenza declinante a quello di media potenza, insoddisfatta e attraversata da molteplici focolai di crisi.

Proprio il tema della crisi permette di affrontare un tratto comune ad entrambi i volumi, quello che riguarda la dimensione internazionale dell’evoluzione storica transalpina. Come anticipato il progetto nel suo complesso presenta l’ambizione di andare oltre gli steccati di uno sterile eccezionalismo franco-centrico, del tutto immotivato considerata l’evoluzione storico-politica mondiale. I due autori vi si applicano con dedizione, facendo molta attenzione a valorizzare il contributo francese nel processo di costruzione di un quadro europeo e mondiale sempre più aperto. Non si sottraggono però nemmeno al confronto, soprattutto Bantigny, con le sfide che la cosiddetta «mondialisation» impone. E da questo punto di vista all’immagine tradizionale di un Paese in difficoltà nel prendere atto dell’evoluzione che il processo di integrazione ha avviato in particolare dopo il 1989, si accosta quella dello sforzo per difendere una «exception culturelle» rivendicata. In parte legato a questo dato non si può tacere uno dei pochi punti deboli di entrambi i volumi: Vigreux e Bantigny, seppur rappresentanti di nuove generazioni di storici, sembrano non discostarsi dai loro illustri predecessori nel non abusare di certo (per utilizzare un eufemismo) della ricca e spesso stimolante storiografia sulla Francia prodotta da contesti non in lingua francese, come quello anglosassone e quello italiano (solo per citare i due più conosciuti da chi scrive).

Infine è impossibile concludere queste poche e stringate considerazioni attorno a due volumi di così notevole interesse e gradevole lettura (elemento da non trascurare) senza fare una considerazione relativa alla globalità della collana all’interno della quale sono inseriti. In più di un’occasione interrogato sulle finalità scientifiche dell’operazione, il direttore responsabile dell’opera Chapoutot ha insistito sulla dimensione «politica». Egli ha infatti svelato che il progetto è nato a seguito di una serie di riflessioni collettive condotte da un nucleo di storici e intellettuali gravitanti attorno al mondo delle Editions du Seuil sull’onda del dibattito lanciato in maniera provocatoria presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy all’inizio del suo mandato, a proposito del recupero, a suo dire necessario, di una riflessione attenta sull’identità francese.

Una volta completati i dieci tomi, questa Histoire de la France Contemporaine, vorrebbe costituire un articolato ma fruibile insieme di strumenti utili a declinare questo concetto scivoloso, quanto indispensabile, per una nazione che solo in questo modo potrà continuare a concepirsi tale. In definitiva il giovane e brillante Chapoutot e gli autori da lui riuniti dovrebbero fornire la risposta autorevole e scientifica di una disciplina che, mai come in questi ultimi anni, si è trovata in prima fila, nel tentativo di contrastare derive quali il presentismo e la cosiddetta «legislation mémorielle». I volumi di Vigreux e Bantigny hanno il pregio di fornire una giusta miscela tra descrittivo e concettuale, caratteristica decisiva per una storia che, solo in questo modo, avrà qualche possibilità di sottrarsi alla morsa concentrica del culto del presente, della modellistica politologica, della moda geopolitica e della giuridicizzazione del passato.

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Replica di Jean Vigreux

è di Jean Vigreux, Université de Bourgogne: Jean Vigreux – Centre Georges Chevrier – UMR 7366

La recension opérée par Michele Marchi pour la revue Ricerche di Storia Politica resitue avec finesse et perspicacité la collection « Histoire de la France contemporaine », dirigée par Johann Chapoutot aux éditions du Seuil. Il s’agit, au sein d’une collection en dix volumes allant de 1799 à nos jours, de revisiter l’histoire de France grâce à l’apport de travaux récents et de l’ouverture de nouvelles archives. Voulant aussi offrir à un large public les conclusions des travaux universitaires récents, la collection se propose non seulement d’évoquer des champs historiographiques variés (histoire du genre et des femmes, histoire des sociétés coloniales, histoire des jeux d’échelles en décentrant le regard souvent parisiano-centré), mais aussi de penser l’histoire de France comme une histoire complète (« totale »), insérée dans une histoire européenne, une histoire monde, voire une histoire globale. Chaque volume a été conçu et discuté comme tel, même s’il reste celui d’un(e) auteur(e).

En tenant compte des avancées historiographiques, les deux volumes recensés ici gardent une chronologie classique allant de 1958 à 1981, puis de 1981 à nos jours. Toutefois, il est important de rappeler qu’initialement, un seul volume avait été envisagé dans la collection pour couvrir ces cinquante-six années. Après discussion, il a été convenu de scinder en deux la période et la coupure de 1981 s’est imposée, non seulement comme celle de la victoire de François Mitterrand et de la gauche dans le système politique de la Ve République, mais comme celle de la fin d’un cycle, celui des « années 1968 » selon les travaux importants de Michelle Zancarini-Fournel.

Le volume 1958-1981, intitulé Croissance et contestations, que j’ai eu le plaisir d’écrire grâce à la confiance de Johann Chapoutot, a permis de revisiter les travaux importants de la NHFC, en particulier les volumes de Serge Berstein, qui a su m’encourager avec bienveillance dans cette voie.  Ce volume 9 de la collection s’interroge non seulement sur les enjeux de la Guerre d’Algérie et de la naissance de la Ve République, mais aussi sur les processus déjà entamés auparavant, laissant alors place à des chronologies emboîtées : le temps de la décolonisation, le temps de la modernisation et des « Trente Glorieuses ». Le rapport à l’Etat aux logiques du pouvoir ont permis de s’interroger sur ses modes de domination, parfois ses violences (pendant la fin de la Guerre d’Algérie, face aux mouvements sociaux et dans les territoires ultra-marins), mais aussi sur les contestations et la conflictualité à l’œuvre invitant à porter le regard sur les enjeux politiques des conflits. En ce sens, le « politique » n’est pas seulement l’histoire des processus électoraux et des organisations — qui sont ici étudiés, même dans les dimensions les plus extrêmes ou radicales pour les années 1970 —, mais c’est aussi l’irruption de nouveaux acteurs, de nouvelles revendications liées à l’égalité des droits, aux aspirations émancipatrices et à la prise en compte de la question de l’écologie, comme en témoigne entre autres la lutte du Larzac qui sont replacés dans leur contexte et les circulations à l’œuvre, les transferts et emprunts.

La forte croissance économique au cours de la période 1958-1974, qui a marqué durablement les esprits, soulignant que le « temps s’accélère sous Pompidou », a été prise en compte tout en repérant les fortes tensions à l’œuvre, les contradictions. S’il y a eu « Trente Glorieuses », à bien des égards, elles sont aussi « trente rugueuses » ou « trente pollueuses ».

Michele Marchi insiste à juste titre sur une « histoire politique hybridée ». Telle a été la ligne directrice de ce volume, où tout devient politique au cours de la période comme la sexualité, l’intime, la santé. Dans cette optique, le volume a souhaité souligner les jeux d’échelles, les enjeux locaux qui s’inscrivent dans des dynamiques plus larges, comme par exemple le poids non seulement résiduel de sociétés rurales en marge de la politique de modernisation, de spécialisation et d’intégration à l’industrie agro-alimentaire. En insérant les conflits en Guadeloupe, ceux de « Mé 67 », il s’est agi non seulement de penser ce jeu multiscalaire, mais de comprendre une histoire des Français dont Aimé Césaire déclarait, lors du procès des jeunes militants du Groupe d’organisation nationale de la Guadeloupe (GONG) en métropole en février 1968 : « Les Antillais ne savent pas s’ils sont des Français à part entière, mais ils savent qu’ils sont des Français entièrement à part ». Si Michele Marchi, en fin connaisseur des années Pompidou, insiste sur ce moment charnière de modernisation, il n’en demeure pas moins que les tensions sont encore à l’œuvre et ont pu faire l’objet d’une attention particulière tout comme les changements de perception du temps, des rythmes de la société.

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Replica di Ludivine Bantigny

è di Ludivine Bantigny, Université de Rouen: BANTIGNY Ludivine

En accueillant cette discussion, Ricerche di Storia Politica permet un vrai dialogue transnational sur le thème de la France contemporaine et symbolise ainsi ce que nous souhaitions faire avec ces ouvrages : porter un regard non « national » sur l’histoire récente de la France. C’est donc une chance de pouvoir mener cet échange : que la rédaction de la revue et tout particulièrement Michele Marchi en soient vivement remerciés.

Le compte-rendu de lecture proposé par Michele Marchi permet de bien saisir les enjeux de ces volumes, en particulier en matière politique qui intéresse spécialement la revue. Tout d’abord, s’il s’agit bien d’une histoire « de la France », on ne peut plus la concevoir sans sa dimension à la fois européenne et mondiale. Si le dernier volume s’intitule La France à l’heure du monde, c’est bien parce que le « monde » structure le questionnement, dans la diversité des influences globales qui forment la réalité de notre contemporanéité. En second lieu – et là aussi Michele Marchi l’a relevé -, la définition du politique y est plus étendue que dans sa conception classique. L’influence de Pierre Rosanvallon en la matière ne saurait être négligée, lequel définit la politique comme un champ et un travail, soit tout à la fois le lieu où se constitue une cité et le processus par lequel une population devient une communauté, partageant du commun.

De surcroît, si ces ouvrages ont – sans proclamation trop péremptoire – l’ambition de proposer une histoire « totale », dans ses dimensions sociales, économiques et culturelles, le politique y est partout présent, comme si le slogan des années 1970, « tout est politique », avait gardé sa pleine part de vérité. Car le politique ne se retrouve pas seulement dans la case « histoire politique » des régimes et des gouvernements, mais aussi dans la façon dont le corps, la sexualité, les mœurs sont érigés en objets politiques, tout comme la santé ou l’école ; dans la manière encore dont l’art, la littérature, le cinéma prennent aussi leur part de politique et donc d’engagement.

Michele Marchi a raison de souligner qu’au fond, la rupture chronologique choisie pour séparer les deux derniers volumes peut paraître relever d’une histoire politique très classique : 1981, l’arrivée de la gauche au pouvoir avec l’élection de François Mitterrand. En réalité, au-delà de cet événement, la rupture est nette à bien d’autres égards qui apparaissent tout aussi essentiels. Le début des années 1980 signe la fin des années 1970 : derrière cette lapalissade, nombre de déterminants fondamentaux se dessinent. La période que les historiens ont pris coutume de nommer « les années 1968 » avait été marquée par une forte contestation, généralisée, jalonnée de très nombreux mouvements sociaux luttant pour des formes diverses d’émancipation. Au contraire, les années 1980 sont bien davantage caractérisées par une forme de réaction : réaction, au sens strict, à la période précédente, mais réaction aussi au sens politique. Désormais, il s’agit d’accepter le monde tel qu’il va, avec davantage de résignation et beaucoup moins de contestation. Ce monde s’impose sous le sceau du néolibéralisme, importé en Europe occidentale, et en France notamment, en ce début des années 1980 : les tenants et aboutissants n’en sont pas seulement économiques, mais bel et bien politiques. Il y a là une rupture forte, aussi décisive que le changement au sommet du pouvoir.

Par conséquent, comme le note Michele Marchi, la réflexion sur la chronologie mêle plusieurs attentes, en ce qui concerne l’histoire politique. Certes, les rythmes électoraux donnent une impulsion qui paraissent s’imposer avec évidence, entre cohabitations et alternances. Mais il s’agit aussi de décaler cette chronologie officielle et « par le haut ». Pour citer un exemple, la date de 1983, considérée généralement comme le moment d’un « tournant », celui dit de « la rigueur », est dans ce volume revisitée ; en effet, il semble qu’il y ait eu bien moins tournant que succession d’inflexions dans la manière dont s’est imposée une politique dite de l’offre, plaçant au cœur de ses objectifs la vitalité des entreprises et leur compétitivité. Autre exemple qui permet de conclure à une certaine ouverture dans le traitement du sujet politique : ainsi que le relève Michele Marchi, la date de 1995 est traitée comme un moment très important, non pas tant en raison de l’élection de Jacques Chirac à la présidence de la République, mais de par l’ampleur des mobilisations qui ont eu lieu cette année-là et qui ont rouvert un cycle de contestation. C’est là une tout autre manière de faire de la politique, « par le bas », dans le quotidien d’une implication. Or c’était aussi le souhait de ce livre que de pouvoir en mesurer et l’importance et les effets.

 

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