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Reclaiming American Virtue: recensione e replica dell’autrice

Barbara Keys, Reclaiming American Virtue. The Human Rights Revolution of the 1970s, Cambridge, Harvard University Press, 2014, pp. 366.

Recensione di Mario Del Pero – segue replica dell’autrice

È certamente un libro importante questo di Barbara Keys, docente della University of Melbourne e autrice in passato di studi originali su sport e relazioni internazionali e su emozioni e Guerra fredda (dedicata a Kissinger, The Emotional Statesman, fu la sua Bernath Lecture del 2011 poi pubblicata su «Diplomatic History», n. 4, 2011). È un libro che s’inserisce in una discussione storiografica – quella su Guerra fredda, relazioni internazionali e diritti umani – fattasi negli ultimi anni ricca e articolata. Rispetto alla quale, Keys prende una posizione assai netta, seguendo l’interpretazione offerta alcuni fa da Samuel Moyn (The Last Utopia. Human Rights in History, 2010): l’idea, cioè, che gli anni Settanta abbiano rappresentato uno spartiacque fondamentale; che fu a partire da allora che il tema e il discorso dei diritti umani – categoria, dice Keys, «così capiente [capacious] da contenere quasi qualsiasi programma di miglioramento umano» (p. 13) – entrarono prepotentemente nella politica internazionale, ridefinendone in ultimo la grammatica di base.

Come Moyn, anche Keys ritiene che nel ventennio successivo alla Seconda guerra mondiale di diritti umani negli Usa parlassero in pochi, principalmente i giuristi. Che il principio di sovranità nazionale, e la logica emancipatrice e anticoloniale di cui l’autodeterminazione si faceva portatrice, limitassero la rilevanza e applicabilità della dichiarazione universale del 1948. Che negli stessi Stati Uniti l’attenzione crescente per i diritti civili e la lotta alla segregazione razziale contribuissero a marginalizzare il tema dei diritti umani globali («pochi indicatori sono più indicativi della marginalità dei programmi per i diritti umani delle Nazioni Unite agli occhi degli americani» dell’epoca, afferma Keys, «del fatto che nelle prime decadi della Guerra fredda il compito di sovraintenderli fosse assegnato a delle donne», p. 31).

Perché, e in che modo, tutto ciò cambiò a partire dalla fine degli anni Sessanta? Cosa intervenne e come è dunque spiegabile questa trasformazione? La risposta di Keys è in parte diversa rispetto a quella di Moyn, anche perché diverso é il fuoco d’analisi. Laddove il secondo si è concentrato primariamente sul dibattito giuridico e intellettuale, assumendo una prospettiva più ampia e internazionale, la seconda è interessata primariamente al caso statunitense e alle sue matrici (e implicazioni) politiche. Diversa, però, è anche l’identificazione delle cause di questa svolta. Esplicitandolo fin nel titolo, Moyn prende le mosse dal fallimento delle grandi utopie del Novecento e di molti progetti post-coloniali: nella sua interpretazione i diritti umani sono un’«ultima utopia» sia perché seguono questi fallimenti sia, soprattutto, perché rappresentano un’utopia minimalista, quasi apolitica, se paragonata alle grandi ambizioni palingenetiche di quelle che l’avevano preceduta. Dalla sua prospettiva tutta americanocentrica, Keys invece ritiene sia stato il «trauma della guerra in Vietnam» (p. 48) e la necessità di superarlo a catalizzare questa nuova sensibilità per i diritti umani e il sostegno a una politica estera ispirata dalla necessità di proteggerli, difenderli e promuoverli. «La guerra del Vietnam», scrive Keys, «rappresentò una rottura che rese possibile, intellettualmente ed emotivamente, l’emergere di un nuovo principio organizzativo per la politica estera degli Stati Uniti» (p. 49).

L’effetto del Vietnam si fece sentire in vari modi e contribuì alle diverse modalità con cui i diritti umani furono declinati, a destra come a sinistra. Il nuovo discorso dei diritti umani, e la necessità che esso informasse la politica estera post-Vietnam, permisero di trovare una via di fuga, se non una forma di redenzione, da una guerra sbagliata e brutale: un modo per espiare l’errore dell’intervento, ma anche per archiviarlo rapidamente. E per rilanciare una rappresentazione eccezionalista dell’azione internazionale di Washington che proprio il Vietnam aveva messo in crisi, dentro e fuori gli Stati Uniti. Anche per questo, una parte del mondo conservatore (e, soprattutto, neoconservatore) si appropriò subito dei diritti umani: per riaffermare l’idea di una intrinseca (e superiore) moralità della politica estera statunitense, dopo che questa era parsa perdersi nella palude vietnamita; per riaffermare la validità, politica ed etica, di una lotta – quella contro il totalitarismo comunista – che passava attraverso la celebrazione e la protezione dei diritti umani. Agì, infine, un ultimo effetto del Vietnam o, più in generale, della contestazione della politica estera statunitense che esso aveva contribuito ad alimentare: il rinnovato attivismo del Congresso sulle questioni internazionali e la conseguente contestazione del primato indiscusso dell’esecutivo. Denunciare la «presidenza imperiale» della Guerra fredda voleva dire rifiutare le pratiche di una diplomazia interstatuale che passava attraverso l’accettazione e il riconoscimento dell’interlocutore di turno, a prescindere dalla natura del suo sistema politico e dal suo atteggiamento verso dissidenti e oppositori politici. Ciò fu particolarmente vero negli anni (1969-74) in cui Richard Nixon e Henry Kissinger guidarono la politica estera statunitense, quando un discorso scopertamente e orgogliosamente realista fu espresso anche per edificare un nuovo consenso politico interno. Anni, però, durante i quali proprio al Congresso montò in modo inarrestabile, e politicamente trasversale, una contestazione di questo ostentato realismo: della sua amoralità; della sua insufficiente «americanità»; della sua disattenzione, appunto, verso i più basilari diritti dell’uomo, in primis la libertà d’espressione.

Evidente, però, fu da subito la dualità con la quale l’idea di una politica estera nuovamente morale e ispirata dalla difesa dei diritti umani potesse essere interpretata e messa in atto. Ed è questo il cuore dell’analisi di Keys e l’elemento forse più originale del volume. Convergenze politiche potevano essere trovate e furono di fatto trovate, si pensi solo alle ampissime maggioranze che alla Camera e al Senato votarono l’emendamento Jackson-Vanik che legava la concessione all’Urss della clausola di nazione più favorita alla modifica delle sue politiche restrittive in materia di emigrazione. È chiaro, però, come due posizioni fossero rapidamente destinate a emergere: quella dei liberal democratici e quella conservatrice e neoconservatrice. Fondata, la prima, sulla denuncia dei tanti regimi amici degli Usa, soprattutto nelle Americhe, che violavano sistematicamente i diritti umani dei loro cittadini. Collocata, la seconda, sull’asse tradizionale della Guerra fredda, rispetto alla quale i diritti umani offrivano un nuovo strumento da utilizzare e brandire contro l’avversario sovietico. Da un lato vi era il tentativo di andare oltre la Guerra fredda, superandone le rigide dicotomie; dall’altro di rilanciarla, ridefinendone la cornice ideologica e riaffermando lo scarto, morale prima ancora che politico, tra le due parti. Se la declinazione liberal dei diritti umani portava a concentrarsi sulle loro violazioni in alleati atlantici come la Grecia o in paesi come il Brasile – due casi celebri nella mobilitazione dei primi anni Settanta – quella conservatrice e neoconservatrice prendeva di mira l’Unione Sovietica brezhneviana, sfruttando anche la controversia, ora pubblica e internazionale, scatenata dall’ennesimo giro di vite del regime moscovita contro dissidenti e oppositori politici. «L’abbraccio anticomunista dei diritti umani» (p. 103) rimandava ad alcuni elementi della retorica e del discorso della prima Guerra fredda, ma conteneva anche importanti elementi di novità. Come giustamente sottolinea Keys, nuovo era l’utilizzo di una «retorica dei diritti universali e non della libertà» e la conseguente «invocazione di norme internazionali e degli standard delle Nazioni Unite come investiture morali per gli obiettivi americani» (p. 105). Queste due declinazioni dei diritti umani producevano talora convergenze politiche, come su Jackson-Vanik, e si esprimevano con formule e riferimenti analogici non dissimili (su tutte gli anni Trenta e le lezioni dell’appeasement e dell’Olocausto). «Entrambi i gruppi», afferma Keys, «presentavano la propria posizione come un ritorno alla tradizione americana» (p. 125). Diversi, e non compatibili, erano però le proposte politiche che ne conseguivano e, anche, i dilemmi con cui le due parti dovevano fare i conti. Perché l’asserito universalismo offerto dalla bussola dei diritti umani collideva con un’applicazione che universale non poteva essere. Da un lato, i liberal cercavano, invano, di conciliare diritti umani e prosecuzione della distensione con un regime autoritario come quello sovietico. Dall’altro, conservatori e neoconservatori brandivano la nuova moralità universalista dei diritti umani, salvo applicarla selettivamente a seconda delle priorità geopolitiche o se il regime che li violava fosse o meno un alleato degli Stati Uniti.

Jimmy Carter cercò invano di risolvere questa tensione e di conciliare l’inconciliabile. Fin dal suo famoso discorso inaugurale, il trentanovesimo Presidente degli Stati Uniti conferì alla promozione internazionale dei diritti umani una centralità senza precedenti, inserendoli dentro un discorso politico generale soffuso di moralità. Ma si scontrò sia con la definizione, appunto troppo vaga e capacious, della categoria stessa sia con quella dualità, d’interpretazioni e di proposte politiche, che essa originava. Finì per scontentare ambo le parti, Carter, vittima di divisioni interne alla sua amministrazione che talora riproducevano proprio quella dualità. Ma contribuì a inserire, in modo per certi aspetti definitivo, i diritti umani entro un discorso di politica estera che da allora non se ne sarebbe più affrancato: «la retorica dei diritti umani» – chiosa Keys – «è ancor oggi la lingua franca morale del mondo; niente è ancora emerso a rimpiazzarla, anche se i diritti umani sono stati tirati e spinti in così tante direzioni che è possibile essi perdano la loro forza» (p. 277).

Reclaiming American Virtue è un libro originale, ricco e importante. Difficile immaginare che sul tema – il dibattito politico e intellettuale statunitense degli anni Settanta – si potrà scrivere altro. Proprio alla scelta dell’approccio vorrei muovere la prima delle mie tre considerazioni critiche. Perché soffermandosi in modo così esclusivo sul caso statunitense, Keys finisce talora per perdere di vista l’importanza, nell’emergere della questione dei diritti umani sulla scena mondiale, di quella circolazione di idee che è invece centrale nella narrazione di Moyn. Quella di Keys è una storia statunitense che si svolge in larga misura solo negli Stati Uniti: il debito con il resto del mondo, addirittura l’importazione di modelli e politiche, è spesso esplicitamente riconosciuto, con il caso di Amnesty International o con l’attivismo dei paesi scandinavi contro il regime dei Colonnelli in Grecia, per citare due esempi tra i tanti. Questo riconoscimento, e le sue rilevanti implicazioni, non sono però sviluppati e discussi.

La seconda perplessità riguarda l’asserita non continuità tra la grande campagna per i diritti civili negli Usa e la successiva mobilitazione per i diritti umani. Come detto, Keys enfatizza, e lo fa in modo convincente, la drastica rottura degli anni Settanta: «i collegamenti dagli anni Quaranta agli anni Settanta e agli anni Novanta», afferma, «sono meno lineari e più contingenti» (p. 17) di quanto non si sostenga nelle frequenti narrazioni teleologiche della storia dei diritti umani. Enfatizzare lo iato tra diritti civili statunitensi e diritti umani globali risulta appunto funzionale a questa periodizzazione. Secondo Keys l’anti-razzismo si concentrava primariamente sulle questioni interne e, quando si relazionava al resto del mondo, lo faceva ribadendo quei principi di autodeterminazione e sovranità nazionale contro i quali si sarebbero poi scontrati i paladini dei diritti umani. «La lotta globale degli anni Sessanta», scrive Keys, «era più per l’autodeterminazione collettiva che per i diritti individuali» (p. 44). Può darsi, anche se la partizione appare un po’ troppo rigida e i punti di contatto e sovrapposizione – tra i due «diritti», i loro promotori e le idee che vi sottostavano – sono davvero numerosi. Perché negli Stati Uniti molti degli attivisti per i diritti umani si formarono proprio nella grande campagna per i diritti civili; perché comune fu spesso l’enfasi su una moralità al contempo universale e apolitica; perché l’enfasi sui diritti individuali, a partire da quello di voto, accomunò le due esperienze, o quantomeno alcune loro declinazioni.

Infine, un libro sulla necessità per gli Stati Uniti di tornare a rivendicare la propria virtù e finanche innocenza si sarebbe forse dovuto confrontare maggiormente con il fallimento dell’altro grande universalismo della Guerra fredda: quell’idea di sviluppo e modernizzazione che gli Usa ambivano a proiettare su scala globale e che alla fine degli anni Sessanta apparve screditata e rigettata, dentro e fuori gli Stati Uniti. Il trauma del Vietnam, sul quale Keys spende pagine convincenti, andrebbe qui collegato al più ampio trauma del liberalismo modernizzatore della Guerra fredda. Che offrì a lungo le coordinate universalistiche di base della politica estera statunitense, fu temporaneamente sostituito dal particolarismo realista e tutto geopolitico di Nixon e Kissinger e trovò infine un surrogato, per quanto contraddittorio, nel nuovo universalismo dei diritti umani.

***

Replica di Barbara Keys

I am grateful to Mario Del Pero for his thoughtful, thorough, and generous review. One of Professor del Pero’s comments captures the dilemma that faced both sets of human rights advocates in the U.S. Congress. As I would put it, their human rights advocacy claimed to transcend politics on behalf of a universal ideal. But of course these politicians could not transcend politics, and their pursuit of moral absolutes necessarily came into conflict with political and ideological imperatives. This dilemma was not unique to these two groups; it reappeared in the Carter administration’s confusion about how to elevate human rights to a central pillar of U.S. foreign policy and is an inescapable consequence of any effort to wed idealism to policy.

Professor Del Pero offers three criticisms. First, he quite correctly suggests that the book overlooks international influences (other than the Vietnam War) on the development of international human rights in the United States. This outcome came as a surprise to me, as I was, if anything, predisposed to find such influences. And there were certainly many lines of transmission among the groups and individuals who raised the banner of human rights in the 1960s and 1970s: exiles who fled repression in their homelands, academics who travelled to conferences around the world, politicians who formed international parliamentary groups, and many others. These networks were indispensable to the rise of human rights: without the spread of information about abuses in repressive countries, there would have been no human rights movement. At the same time, what struck me most in my research was the extent of Americans’ preoccupation with America. The international fuel was a precondition for the turn to human rights, but it was not decisive. For the decisive factor, in my view, one has to look to Americans’ sense of trauma and the peculiar effectiveness of human rights as a salve for that trauma.

A second objection is that in arguing for discontinuities between the civil rights movement of the 1960s and the human rights activism of the 1970s, the book overlooks that the two shared a common emphasis on an apolitical morality and on individual rights, as well as the fact that the civil rights struggle was formative for many (white) Americans who later took up international human rights causes. Arguments about continuity/discontinuity are endemic to history and are difficult to resolve. Both elements are always present, and emphasizing one or the other entails judgments about where the most significance lies. Without disagreeing with Professor Del Pero’s points, it still seems to me most significant that the civil rights movement aimed at making America more American—more true to its own ideals—whereas the human rights movement of the 1970s was fundamentally about recovering from a traumatic war by telling other countries what (not) to do. Working to improve one’s own country and moralizing to the rest of the world are distinctly different enterprises.

In my conclusion I wrote: «The rise of human rights in a pessimistic crisis of modernity in the 1970s was surely yoked to the fall of modernization theory and its optimistic zeal». Professor Del Pero argues that the failures of liberal modernizing crusades in the 1960s should be placed alongside the trauma of the war to explain the appeal of human rights. As one universalistic discourse fell into disrepute, he suggests, another one took its place. I am in basic agreement with this observation, and hope that future researchers take up the call to attend to this important dimension of the story.

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