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Le prime elette: donne alla Costituente

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Angela Maria Guidi Cingolani, già membro del Partito popolare, che venne poi eletta alla Costituente e fu il primo sottosegretario donna della storia della Repubblica, nel suo primo discorso non mancò di far notare ai colleghi come i riconoscimenti d’occasione e le galanterie di cui erano oggetto le consultrici nascondessero la mancanza di “prove concrete di fiducia in pubblici uffici”, e denunciò la sparutissima presenza di donne negli organi di governo locale che i partiti avevano istituito con la Liberazione. Eppure – aggiunse con ironia – “peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare”.

Alle elezioni per l’Assemblea Costituente dei 556 deputati 21 erano donne: 9 democristiane, Laura Bianchini, Maria De Unterrichter Jervolino, Elsa Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio; 9 comuniste, Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angela Minelli Molinari, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi; due socialiste, Bianca Bianchi e Angelina Merlin, una del partito dell’Uomo qualunque, Ottavia Penna Buscemi.

Sedici di loro provenivano dall’antifascismo, di queste, tredici avevano militato nella Resistenza, undici erano insegnanti o laureate in materie umanistiche, unica eccezione Maria Maddalena Rossi, in chimica. Nove erano sposate e avevano diviso con il marito l’attività antifascista: contrariamente a quanto sostenuto storicamente dagli oppositori del voto alle donne, l’attività politica era stata, in questo caso, parte integrante della dimensione privata.[1]

Nella Commissione dei 75, incaricata di redigere il progetto della Costituzione, entrarono 5 donne: Jotti, e Gotelli dal febbraio 1947, nella Prima Sottocommissione che si occupava dei diritti e doveri dei cittadini, Federici, Merlin e Noce nella Terza, impegnata a redigere gli articoli sui diritti e doveri nel campo economico e sociale.

Sia nelle sottocommissioni che durante i lavori dell’assemblea, l’attività delle costituenti si rivelò decisiva per il riconoscimento dei diritti delle donne. La formulazione degli articoli della Carta, raggiunta con il loro certosino lavoro, ha garantito il quadro normativo entro cui è stato possibile raggiungere la parità giuridica (su disegni di legge elaborati e presentati prevalentemente dalle parlamentari) nonché assecondare i cambiamenti culturali che nel corso degli anni hanno mutato i ruoli e le relazioni fra i sessi nel nostro paese, come testimoniato ad esempio dalle sentenze della Corte costituzionale favorevoli all’accesso delle donne in magistratura (1963) o all’abolizione del reato di adulterio (1968 e 1969).

L’esempio forse più pregnante di questo lavoro è la formulazione dell’art. 3 della Costituzione. Si deve ad Angelina Merlin l’introduzione della locuzione “di sesso” – rivelatasi poi decisiva per le sentenze della Corte -, nell’elenco delle discriminazioni da superare. Merlin sostenne la sua proposta con la necessità di mutare la formulazione delle precedenti Carte, a cominciare dalla Dichiarazione del 1789, che aveva ignorato le donne e consentito così che passasse sotto silenzio la loro esclusione dalla cittadinanza. Ed è stata Teresa Mattei, la più giovane fra le costituenti, a volere la fondamentale aggiunta “di fatto” alla frase “limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, nel comma sugli ostacoli di ordine economico e sociale da rimuovere per consentire lo “sviluppo della persona umana” e la partecipazione dei lavoratori alla vita del paese.

Le costituenti riuscirono a sostenersi reciprocamente quando si è trattato di affermare l’uguaglianza delle donne di fronte alla legge, nel lavoro e nella società. Molte non ne erano coscienti, poiché il fascismo aveva cancellato la memoria del femminismo italiano, ma il loro lavoro si inseriva in una tradizione di attivismo femminile: il principio della parità di salario o quello di uguale accesso alle professioni, ad esempio, erano già stati inseriti nell’agenda politica delle militanti dell’Italia liberale. Tali continuità si spiegano anche con la persistenza di una forte gerarchia tra i sessi e di un pregiudizio antifemminile radicato. Penalizzante era soprattutto l’inferiorità della moglie nella famiglia, con la sudditanza al marito dichiarata nel codice fascista del 1942, del quale già nel 1945 le donne dell’Udi avevano chiesto la riforma; essa fu resa possibile (e gli anni che occorsero, fu approvata nel 1975, bastano da soli a indicare l’affezione a quelle norme) dalla comune affermazione delle costituenti del principio di parità nella famiglia.

Il tenore del sessismo presente nell’intera società italiana ci viene restituito dalla discussione sull’accesso delle donne nella magistratura, tenacemente ostacolato da alcuni costituenti i quali non mancarono di ricorrere ad argomentazioni intrise di determinismo biologico: a parere del deputato Enrico Molè (Democrazia del Lavoro) “per i motivi addotti dalla scuola di Charcot, riguardanti il complesso anatomo-fisiologico, la donna non può giudicare”.

Per contrastare questi atteggiamenti Maria Maddalena Rossi e Teresa Mattei proposero un emendamento: “le donne hanno diritto di accesso a tutti gli ordini e gradi della Magistratura”, che fu respinto in assemblea con 120 voti su 153. Grazie a un successivo emendamento soppressivo di Maria Federici, che cancellava ogni richiamo alle donne, l’ingresso nella magistratura venne garantito dall’art. 48 che stabiliva l’accesso agli impieghi pubblici senza distinzione di sesso.

Le costituenti furono unite anche nel voto favorevole all’art.11, relativo al ripudio della guerra, e anche singolarmente si fecero portavoce di altri principi di civiltà. Ad esempio Nadia Gallico Spano fu la prima ad affermare la necessità di stabilire l’uguaglianza fra figli nati all’interno e al di fuori del matrimonio e di cancellare il marchio infamante di N.N. destinato a questi ultimi.

L’alleanza fra le costituenti fu rilevante soprattutto alla luce del fatto che fedi politiche e religiose, aspettative e visioni del mondo le separavano nettamente. Ciò emerse quando si affrontarono questioni controverse quali l’inserimento nella Carta costituzionale del principio dell’indissolubilità del matrimonio o il finanziamento statale delle scuole private. Tuttavia anche in quel caso fu il clima di confronto democratico a prevalere, un clima che a detta delle stesse protagoniste caratterizzò i lavori dell’intera Costituente.

A 70 anni da quel primo voto l’esperienza delle costituenti non manca di parlare ancora al nostro presente, come testimoniano le parole di Teresa Mattei, nel suo discorso in assemblea del marzo 1947:

E’ nostro convincimento, che, confortato da un attento esame storico, può divenire certezza, che nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile; e per emancipazione noi non intendiamo già solamente togliere barriere allo sviluppo di singole personalità femminili, ma intendiamo un effettivo progresso e una concreta liberazione per tutte le masse femminili e non solamente nel campo giuridico, ma non meno ancora nella vita economica, sociale e politica del Paese.[2]

[1]    Per approfondimenti si rimanda a P. Gaiotti de Biase, Donne e politica nella Repubblica, dal Dopoguerra agli anni ’60, in N.M. Filippini, A. Scattigno (a cura di), Una democrazia incompiuta, Milano, FrancoAngeli, 2007, pp. 91-130 e M.T.A. Morelli (a cura di), Le donne della Costituente, Roma-Bari, Laterza, 2007.

2    M.T.A. Morelli (a cura di), Le donne della Costituente, cit., p. 68-69.

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