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Latin Eugenics in Comparative Perspective: Recensione di Emmanuel Betta

Marius Turda, Aaron Gillette, Latin Eugenics in Comparative Perspective, Bloomsbury Academic, London-New York, 2014, pp. 272.

Recensione di Emmanuel Betta

Questo volume può essere considerato la prima ricostruzione in chiave comparata dell’eugenetica latina, un fenomeno «intrinsecamente politico» (p. 10), a carattere transazionale che ha segnato, e per molti versi segna ancora, l’approccio al governo della popolazione e ai temi legati alla natalità in varie parti del mondo. Il testo si interroga su cosa fu l’eugenetica latina e, soprattutto, su quali declinazioni assunse nei diversi contesti nazionali che in vario modo l’adottarono. Autori di diverse ricerche su aspetti differenti della vicenda eugenetica, in particolare nel fascismo italiano e nell’Europa orientale, Turda e Gillette si muovono qui a partire da un’ormai ampia mole di lavori sulle varie esperienze nazionali eugenetiche, e soprattutto, fondano la propria analisi su una solida esperienza diretta delle fonti. Guardano a esperienze nazionali europee – dall’Italia alla Francia, dalla Romania al Belgio – ed extraeuropee – dall’Argentina al Brasile, da Cuba al Messico – con l’obiettivo di restituire ciò che contraddistingueva l’eugenetica latina, dal punto di vista dei discorsi e delle autorappresentazioni, come da quello delle pratiche. Ricostruiscono come e in che modo emerse un’eugenetica che si definiva latina in un duplice senso: geografico, con il riferimento a una specifica area che andava dall’Europa continentale all’America centro-meridionale; politico con l’attribuzione alla latinità di un contenuto culturale e politico opposto e conflittuale rispetto all’eugenetica di matrice nordica, anglosassone e protestante. I sette capitoli del volume delineano la storia dell’eugenetica latina sul lungo periodo, partendo dai precursori ottocenteschi per arrivare agli sviluppi potenziali dell’eugenetica latina all’indomani della Seconda guerra mondiale. Turda e Gillette iscrivono nel positivismo ottocentesco l’origine remota delle istanze eugenetiche e, soprattutto, trovano le origini di una nozione di comunità latina nell’incrocio fra le istanze nazionaliste di matrice romantica e i riferimenti remoti all’Impero romano e ai più recenti processi nazionali del ’48 francese, dell’unificazione italiana e dei conflitti dei principi rumeni con l’Impero ottomano. Emerge qui un primo elemento significativo, vale a dire la duplice natura cooperativa e competitiva del movimento eugenetico, non solo latino, nel quale dinamiche proprie alle organizzazioni complesse si intrecciano a motivazioni di ordine politico e a istanze di natura scientifica e metodologica. A ulteriore dimostrazione di un dato comune alla storiografia internazionale, meno a quella italiana, per il quale in età contemporanea le questioni che chiamano in causa la scienza, e tra esse l’eugenetica, abbiano un composito carattere politico, che non può essere compreso separando storia della scienza da storia politica. Questo volume, infatti, ricostruisce innanzitutto la storia di una competizione interna a un movimento per l’imporsi di modelli teorici e relativi protocolli pratici, per la conquista dei ruoli di potere attraverso i quali gestire e distribuire le risorse materiali e immateriali. È una storia di opzioni diverse che competono, si alternano, prevalgono e soccombono. Fino agli inizi del Novecento l’azione correttiva del corpo della nazione era pensata avendo quale riferimento soprattutto la puericultura di Adolphe Pinard, che collegando la puericultura con la selezione sociale arrivava alla celebrazione di una famiglia eugenica ideale. Quel primato francese fu poi eroso con gli anni Dieci dal prevalere di un’eugenetica di matrice galtoniana e mendeliana, che delineava su altri parametri e metodi l’azione sul corpo nazionale. Allora, secondo Turda e Gillette, nel movimento eugenetico cominciò a delinearsi un’opzione esplicitamente latina, costruitasi attraverso una fitta trama di relazioni transnazionali, che in poco tempo fecero del neolamarckismo e della puericultura francese, come poi dell’antropologia criminale e della biotipologia italiana i punti di riferimento decisivi per gli eugenisti latino-americani. Fatta da Italia, Francia e Spagna, l’eugenetica latina si allargò dal 1910 a Messico, Romania, Portogallo, per poi estendersi ad altri contesti latino-americani. L’approccio intrecciava ereditarietà e genetica, con sociologia, storia e statistica, dando forma a un vocabolario e a una retorica del miglioramento nazionale fruibile dalla scienza e dalla politica. Il primo congresso internazionale del 1912 segnò la prima sintesi tra scientificizzazione e politicizzazione, laddove i partecipanti divisi da approcci teorici e metodologici si ritrovarono nella comune convinzione che la nazione stesse dentro una matrice biologica rinnovabile e fosse così migliorabile attraverso una restaurazione della sua forza razziale. In questo senso Turda e Gillette tracciano la storia di élites scientifiche e politiche che aspirano a un ruolo crescente nelle politiche nazionali e che usano della retorica e dell’argomentazione eugenetica quale strumento di legittimazione di un ruolo politico più forte e attivo. La semantica dell’eugenetica latina, infatti, riscriveva prospettive e argomenti dei movimenti igienisti ottocenteschi e del riformismo sociale, che nella medicina e nell’azione sanitaria sul territorio avevano identificato uno degli strumenti primari di emancipazione e di progresso, anche in chiave nazionalista. Il volume ricostruisce la fitta rete di comunicazioni e scambi tra continenti diversi, fatta di viaggi, lezioni universitarie, conferenze, convegni internazionali, traduzioni, pubblicazioni, che disegnò uno spazio di appartenenza comune nel quale l’eugenetica latina si percepì e si rappresentò quale comunità definita da un’identità politica, scientifica e sociale netta e opposta a quella dell’eugenetica di matrice nordica e anglosassone. In questa dinamica, l’analisi di Turda e Gillette fa emergere in modo chiaro l’importanza del rapporto con lo Stato e con le sue istituzioni all’interno delle quali molti eugenisti fecero carriera, acquisendo ruoli di potere rilevanti. Lo mostra il caso della scuola italiana, il cui primato nel movimento eugenetico latino e la cui influenza in vari Paesi fu dovuta in parte alla capacità del progetto eugenetico italiano, nell’accezione di Gini come di Pende e altri, di dare argomenti e soluzioni spendibili nei contesti socio-culturali latini, ma anche e forse più per la presenza di uno Stato che per molti versi incarnava questo progetto. E fu appoggiandosi al carattere ideologico internazionale del fascismo che alcuni degli eugenisti italiani di primo piano – Gini, Pende, Gemelli – fecero dell’eugenetica italiana un simbolo politico di miglioramento sociale e biologico contrapposto a quello perseguito in Gran Bretagna, Stati Uniti e Scandinavia.

La ricostruzione di Turda e Gillette offre ulteriori spunti nel mostrare il valore retorico e narrativo della prospettiva eugenetica, che in parte ha sovrascritto e risignificato istanze, soluzioni, finalità sociali e politiche che precedevano la stagione eugenetica e che per molti versi le sopravvissero. I diversi casi nazionali esaminati mostrano come in area latina non vi furono eventi o decisioni periodizzanti in materia eugenetica paragonabili alle leggi naziste del 1933 per la sterilizzazione eugenetica coatta. In questi termini i diversi caratteri che qualificavano l’approccio eugenetico latino – centralità della maternità, misure nataliste, puericultura etc. – si iscrivevano in dinamiche di più lungo periodo, risalenti quantomeno all’Ottocento, e soprattutto rimasero a delineare le politiche in materia di natalità e demografia anche all’indomani della Seconda Guerra mondiale, quanto il riferimento all’eugenetica era stato ampiamente delegittimato. Il tema delle continuità e delle discontinuità nei discorsi biopolitici e nelle pratiche di governo del corpo della nazione è questione centrale di questo volume, della ricostruzione che offre e soprattutto delle aperture a possibili ulteriori sviluppi che sollecita. Proprio il contesto dell’eugenetica latina e degli approcci che si manifestano sui temi della fertilità e della demografia mostra l’intreccio e la sovrapposizione tra le istanze di natura specificamente eugenetica e le istanze di natura religiosa. Turda e Gillette discutono il ruolo della Chiesa cattolica e mostrano con chiarezza quanto il riferimento alla religione cattolica sia fattore per molti versi costitutivo del profilo transnazionale dell’eugenica latina. Se infatti ciò che distinse l’eugenetica latina da quella nordica fu soprattutto una diversa concezione dell’ereditarietà e il conseguente rifiuto delle forme di sterilizzazione coatta, questa posizione trovò un forte ancoraggio alla disciplina cattolica della sessualità e della riproduzione, tanto più efficace in quanto caricata di un rilievo identitario spendibile dal punto di vista politico. Proprio il rapporto con il dato religioso, peraltro, sollecita ulteriori articolazioni e ampliamenti, sia nelle origini e nelle sue varie articolazioni, sia nel rapporto specifico con il discorso eugenetico, vale a dire con le soluzioni per migliorare il corpo della nazione. Se infatti il primo Novecento e l’enciclica Casti connubii costituiscono certamente un riferimento fondante per comprendere il rapporto del cattolicesimo con il governo della popolazione e della fertilità, è altrettanto vero che quel rapporto e la relativa disciplina emersero nel cattolicesimo in una fase precedente alla nascita dell’eugenetica, e si nutrirono di istanze, motivi, argomenti prospettive non necessariamente coincidenti con l’eugenetica stessa. Da questo punto di vista, il suggerimento degli autori di indagare l’eugenetica latina all’indomani del 1945 appare come una prospettiva efficace per problematizzare le continuità e le discontinuità della vicenda eugenetica.

 

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