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Referendum, democrazia e Repubblica: dalla storia alla politica

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Nella nascita della democrazia italiana, in discontinuità con i plebisciti tanto monarchici negli anni dell’unificazione nazionale che fascisti nel corso del Ventennio, il referendum fu l’istituto che chiuse la transizione dopo la fine della dittatura e legittimò la “nuova Italia” nel contesto internazionale. Dopo la ratifica da parte della Consulta Nazionale del decreto legislativo che assegnava ad un referendum popolare la scelta tra monarchia e repubblica, e contestualmente alla promulgazione della legge che per la prima volta prevedeva il metodo di votazione dei membri dell’Assemblea Costituente a suffragio universale maschile e femminile, la nostra Repubblica parlamentare nacque grazie ai lavori di quest’ultima e nel solco dei valori che essa seppe infondere nella Costituzione. Lo scioglimento del dilemma istituzionale si svolse nel vivo del confronto tra piccole e grandi formazioni politiche, nella “tensione” tra progetto nazionale e rappresentazione delle identità “di parte”. Nell’Italia della transizione democratica, storie del passato (nazionale e locali) e memorie culturali (collettive e individuali) animarono il “discorso pubblico” attraverso i canali di una comunicazione di massa ritornata libera. Le ideologie politiche e la cultura storica disegnarono una territorialità civica a larghe maglie lungo la penisola, contrassegnando fin dagli anni di fondazione della Repubblica le diverse “Italie politiche” del secondo dopoguerra.

Occorre anche interrogarsi sul meccanismo psicologico che sorregge, da allora, la prassi referendaria. Fin dal 2 giugno 1946, il referendum si presentò come una scelta tra due indicazioni opposte e alternative. Erano e sono in gioco ancora oggi, valori e ideali forti, i quali resero e rendono il referendum un mezzo tramite cui il cittadino elettore può influenzare la politica, nel cambiare o confermare la via intrapresa dai legislatori, producendo pertanto un fattore di discontinuità (o meno) nel riequilibrio degli assetti istituzionali del Paese. Non possiamo dimenticare che la valenza che assegniamo al referendum – il momento di una decisione su qualcosa che appare come eccezionale e non riconducibile alla normale prassi politica – richiama quello che si visse il 2 giugno 1946: la prospettiva o la paura di un cambiamento senza poter ritornare indietro, così come il momento in cui si possa (o meno) chiudere una fase, un’epoca. Allora come oggi risalta la necessità di una rilegittimazione delle istituzioni agli occhi dei cittadini: allora rispetto al crollo dello Stato nel 1943 e alla difficile transizione democratica da completare, oggi nei confronti di una nuova transizione, in cui superare l’incapacità della politica di assicurare un “buon governo”. Se allora si prefigurarono le condizioni per la costruzione di uno spirito repubblicano, oggi i cittadini sono in fondo chiamati ad esprimersi su come si possa – e seguendo quale via – rigenerare quello stesso, scolorito e inaridito, spirito della Repubblica, l’idea che essa condensa e rappresenta di una effettiva partecipazione democratica.

[1] Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Dizionario di politica, Nuova edizione aggiornata, Torino, UTET, 2016.

[2]M. Viroli, Per capire la nuova politica servono le parole giustehttp://maurizioviroli.blogspot.it/2016/10/per-capire-la-nuova-politica-servono-le.html.

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