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Tina Anselmi, un ritratto

Di: Tiziana Noce

Ho intervistato Tina Anselmi due volte e ho studiato a lungo vari suoi scritti e resoconti della sua attività politica e ritengo che sia stata una delle personalità più eminenti della scena politica repubblicana. Apparteneva a quella classe dirigente affermatasi durante la Resistenza convinta che l’esercizio del potere doveva essere associato a un’idea di politica intesa come responsabilità verso la comunità; una politica – lei avrebbe detto – esercitata come un servizio ispirato ai valori cristiani e finalizzata alla tutela dei diritti e all’adempimento dei doveri della persona umana. Un’idea a suo parere incarnata nella Costituzione, che usava equiparare, sulla scia di La Pira, a un tessuto «che noi abbiamo intrecciato coi valori della pace, della solidarietà, della giustizia».[1]

All’eredità della Resistenza era molto legata e infatti ha raccontato la sua esperienza di partigiana in un libro e per anni, in prima persona, agli studenti nelle scuole. Gli eventi accaduti dopo l’8 settembre 1943 erano stati la sua scuola di politica. La scelta di combattere, da cattolica, il fascismo e il nazismo senza subire il ricatto delle rappresaglie era maturata «di fronte ai ragazzi impiccati» e si era convinta della liceità di «rispondere a una guerra che viola i diritti umani, viola anche quelle leggi di carattere internazionale che garantiscono alcuni diritti ai prigionieri. Un prigioniero non poteva essere ucciso. E quindi una verifica di che cosa era il fascismo e che cosa era il cattolicesimo venne proprio intorno al tema delle uccisioni, delle rappresaglie, che poi era l’aspetto più terribile del fascismo e del nazismo».

In quella temperie era maturata anche la scelta della militanza politica di molte donne della sua generazione. A proposito delle partigiane e delle loro scelte successive alla guerra diceva: «Era inimmaginabile che 35.000 persone, esposte con la loro vita, accettassero di rinunciare a partecipare alla costruzione nel dopoguerra, quindi questo passaggio era inevitabile». Per lei il passaggio era avvenuto con l’ingresso nelle file del sindacato cattolico, all’interno del quale si era dedicata alla sindacalizzazione delle donne: «Nel Veneto il settore di occupazione femminile più interessante era quello delle filande. Io ricordo il sabato, quando finivano la settimana, [le operaie che] uscivano dalla fabbrica con le mani lessate…».

In questo modo iniziò una lunga carriera politica nella DC, come membro del Comitato nazionale e vice delegata nazionale del Movimento Femminile, e quindi nelle istituzioni: deputata, sottosegretaria al Lavoro e alla Previdenza sociale nel 1974, prima donna ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel 1976 e poi della Sanità nel 1978-79, fino al prestigioso ma amaro incarico alla presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, conclusosi nel 1987.

Si considerava erede di De Gasperi: «si è sempre mosso sul terreno della difesa della democrazia, della libertà dell’essere cattolici in politica [e] ha portato l’Italia sul terreno democratico nella misura in cui ha convinto, perché li aveva convinti, i cattolici che quella era la scelta che come democratici bisognava fare. Essere cattolici significava portare nella politica le idee della democrazia». Inoltre per Anselmi la fedeltà ai principi doveva accompagnarsi nell’attività politica alla formazione, allo studio, alla preparazione, e non a caso l’incarico di governo del 1976 afferiva al campo in cui si era formata, quello delle politiche del lavoro.

Vicina a Moro già dal 1959, era convinta con lui che la DC fosse il perno del sistema democratico italiano e che l’unità del partito andasse garantita prima di ogni altra cosa. Condivise quindi con lo statista pugliese la nascita dei dorotei in opposizione a Fanfani e, nel 1962, l’aperto sostegno ai governi di centro-sinistra. Allo stesso tempo, per tutta la durata dell’esperienza democristiana, osteggiò il consolidamento organizzativo delle correnti e denunciò la dipendenza della DC dai poteri forti. Quando si profilò l’accordo con il PSI di Craxi sottolineò la necessità di una riforma interna del partito affinché esso tornasse ad essere non più solo «strumento di gestione del potere o di raccolta del consenso» ma anche un partito «in grado di mobilitare la società intorno agli obiettivi generali che esso pone attraverso l’azione politica», altrimenti l’alleanza con il PSI sarebbe avvenuta «solo sul piano di una spartizione del potere»[2].

Un’altra delle sue battaglie all’interno del partito, in questo caso persa, riguardò il potenziamento del Movimento Femminile, che riteneva un importante strumento di raccordo tra partito e società. Nel 1970 Anselmi chiese al Consiglio nazionale DC di valutare attentamente la condizione delle donne «che è per tanti aspetti di inferiorità e di discriminazione», nella convinzione che «le donne si avvicinano al nostro Partito soltanto se esso è in grado di recepire le esigenze di rinnovamento che il mondo femminile richiede», mentre al contrario, l’atteggiamento del mondo politico verso le istanze femminili si era rivelato spesso strumentale, e le donne erano di norma lasciate «a far la battaglia come se fossero un ghetto, che tolleri, al quale concedi, ma che non viene assunto nella sua positività»[3].

Sulla base di queste convinzioni sostenne tutte le leggi per la parità giuridica fra i sessi. Era orgogliosa in particolare di quella del 1977 sulle retribuzioni – «la legge di parità l’ho fatta io» – e della riforma del diritto di famiglia del 1975. Il codice fascista «era inconciliabile, anche per noi cattolici. Questo era il punto da far capire a chi anche resisteva in casa nostra. Basta pensare al reato di adulterio, alla patria potestà, al regime patrimoniale dei beni. Abbiamo fatto una rivoluzione». In effetti la riforma sanciva un radicale cambiamento nella concezione dell’istituto familiare, e tuttavia il suo lungo e tormentato iter fu sintomatico della forza del fronte tradizionalista, che Anselmi riteneva però dovesse essere contrastato con una politica dei “piccoli passi”, senza mai sottoporre il partito a pericolose fratture.

Anselmi era peraltro a favore di una massiccia presenza delle donne nelle istituzioni e pensava che ci fosse ancora molta strada da percorrere in questo senso. «Secondo me – diceva – il mondo femminile ha sbagliato a non battersi perché rimanessero le quote, che in tutti i paesi il primo elemento di rottura è stato quello di portare le donne nelle istituzioni con un potere garantito. Dopodiché faremo come in Danimarca, Svezia e Norvegia dove ti dicono: “Per carità non parlateci di quote perché noi siamo andati oltre”. Sono andati oltre, non senza. E quindi diciamo che questa è una materia che ancora tutta in movimento, […] ma secondo me avendo perso quella battaglia oggi le donne rischiano di arrivare al potere se sono scelte dagli uomini, dai capi. È una scelta pericolosa, perché il capo ti dà il potere sulla base della fedeltà, non sulla base della capacità. Le donne devono battersi per mostrare che sono capaci di far politica e che quindi non è per grazia del capo che deve essergli dato il potere, ma per quello che rappresentano della società e nella società».

Tina Anselmi era infine una sostenitrice dell’uguaglianza nella diversità non solo in merito alla condizione femminile, ma anche rispetto alla dialettica politica e alla democrazia. Riteneva perciò pericolosi i revisionismi degli anni ‘90, tendenti ad azzerare le diversità di valori: «E infatti ho fatica a capire, anzi non capisco, come si possa legittimare i ragazzi della Repubblica di Salò». Proprio per questo l’esito del grande lavoro nella Commissione parlamentare sulla P2 è stato per lei amaro: «Mi hanno detto: bene, bravissima, benissimo, non avevano aggettivi, poi l’hanno lasciato lì».

[1] Tutte le citazioni sono tratte dalla mia intervista a Tina Anselmi (1927-2016), Castelfranco Veneto, 21/06/2002.

[2] T. Noce, Donne di fede. Le democristiane nella secolarizzazione italiana, Pisa, ETS, 2014, p. 248.

[3] Ibidem, p. 158.

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