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Thomas Sankara e la rivoluzione interrotta

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Un grande peso sulle spalle dello sviluppo del Burkina Faso e dei paesi africani era dato, come già accennato, dal debito pubblico. Sankara si impegnò per internazionalizzare il problema, intervenendo più volte sul tema. Uno dei suoi discorsi più significativi lo pronunciò due mesi e mezzo prima di essere ucciso, il 29 luglio 1987, quando in un intervento all’assemblea dell’Organizzazione per l’Unità Africana sfidò i colleghi ad assumere una posizione unitaria in materia: da un lato – sosteneva –, non avendo mezzi sufficienti, era impensabile che i paesi africani potessero saldare il debito estero, dall’altro quest’ultimo era stato in gran parte prodotto su consiglio delle stesse organizzazioni internazionali, come via per promuovere uno sviluppo che non c’era mai stato e pertanto non era responsabilità dei governi africani. «Vorrei che questa nostra conferenza adotti la necessità di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito… Questo per evitare che ci facciamo assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo si rifiuta di pagare il debito, io non sarò presente alla prossima conferenza», affermò profeticamente. Nella stessa occasione aveva aggiunto che l’Africa doveva anche liberarsi dal potere dell’industria bellica, investendo le ingenti risorse utilizzate per comprare armi verso investimenti più utili e produttivi per la società.

Molti considerano questo discorso come la svolta che avrebbe condotto Sankara di lì a poco alla morte. In realtà i nemici del leader burkinabè erano parecchi, e non soltanto all’esterno del suo paese. All’amicizia con i sandinisti si è già accennato, e Sankara ebbe legami anche con molti movimenti di liberazione (dai palestinesi ai sahrawi). Di fatto i suoi rapporti furono più articolati di quel che sembra e il Burkina Faso trovò più di un interlocutore nella regione e nel mondo: se le relazioni con la Libia di Gheddafi furono inizialmente cordiali, tra i paesi “progressisti” con cui furono migliori vanno segnalati l’Etiopia, l’Angola, il Mozambico, il Congo, il Gabon, il Madagascar e il Ghana di Jerry Rawlings. Con il blocco socialista i rapporti non furono così eccellenti: negli approcci dell’Urss, Sankara vedeva un tentativo di penetrare nella regione africana su cui insisteva il Burkina Faso più che un sincero sforzo di operare un cambiamento. Molto più stretti furono invece i legami con Cuba, che del resto meglio rispondeva all’impostazione terzomondista di Sankara e con cui si crearono collaborazioni anche sul piano economico.

Nella regione – oltre alla vivace campagna sankarista contro il regime sudafricano dell’apartheid – le relazioni più critiche furono quelle con il presidente della Costa d’Avorio, Félix Houphouët-Boigny, espressione di un ceto politico africano legato al potere ex coloniale. Già ministro del governo francese prima di diventare presidente ivoriano, Houphouët-Boigny era il principale alleato di Parigi in Africa occidentale. C’è chi vede nel matrimonio della figlia adottiva del leader ivoriano, Chantal Terrasson de Fougères, con il ministro burkinabè della Difesa, Blaise Compaoré, le premesse della fine della rivoluzione sankarista.

La ricerca di una completa indipendenza del paese doveva per forza di cose passare da un cambiamento nei rapporti con la Francia, con i cui leader gli scontri verbali e diplomatici – anche per il sostegno burkinabè agli indipendentisti della Nuova Caledonia – erano all’ordine del giorno. Nel corso degli anni di governo, Sankara provò a ridurre la dipendenza da Parigi, che controllava i settori chiave dell’economia di Ouagadougou. Sankara riuscì faticosamente a rinegoziare le condizioni degli accordi economici bilaterali, finendo effettivamente per indebolire la posizione francese, anche se gli scambi commerciali con l’ex madrepatria, ora impostati su basi più eque, alla fine aumentarono. La riduzione della dipendenza dalla Francia si tradusse anche in una diversificazione dei rapporti con gli occidentali: l’Italia fu uno dei paesi che maggiormente in quegli anni incrementò i suoi scambi e la cooperazione con il Burkina Faso.

Ancora oggi l’assassinio di Thomas Sankara, avvenuto nel suo ufficio nel pomeriggio del 15 ottobre 1987 insieme con altre tredici persone, non ha responsabilità chiare. Come si è visto, molti erano i suoi nemici: la Francia, la Costa d’Avorio, ambienti espressione degli interessi del Fondo monetario e della Banca mondiale, gli Usa (che non apprezzavano l’amicizia del Burkina Faso con alcuni loro nemici), la stessa Libia (con Gheddafi i rapporti si erano rapidamente deteriorati), il liberiano Charles Taylor… Sicuro beneficiario dell’assassinio fu proprio il suo ex sodale, Blaise Compaoré, con il quale erano sorte molte divergenze sulla conduzione del paese e che assunse la guida del paese per promuovere la «correzione» della rivoluzione.

L’uscita di scena di Compaoré, nell’ottobre del 2014, sull’onda delle proteste popolari, e la sua fuga – guarda caso – in Costa d’Avorio, hanno suscitato nei burkinabè la speranza di giungere alla verità sull’omicidio di Sankara. L’effimero golpe, nel settembre del 2015, condotto dal generale Gilbert Diendéré, ritenuto da molti l’esecutore dell’assassinio di Sankara nel 1987, è apparso a molti come la conferma che la transizione verso la democrazia avrebbe potuto scoperchiare le responsabilità su quella vicenda. È del resto ipotizzabile che alla verità giudiziaria, una volta raggiunta, si accompagni un processo di sedimentazione e riflessione storiografica, che superi l’attuale storiografia su Sankara, che è largamente agiografica, e ne affronti la vicenda con maggiori elementi di valutazione.

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