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Il Cantico dei Cantici riletto da Benigni. Come rubare in una casa senza più serrature

Felice Cavallotti un secolo e mezzo fa aveva già detto tutto

di Roberto Pertici


Pubblicato nel blog «Settimo Cielo – L’Espresso» di Sandro Magister, lunedì 10 febbraio 2020 (http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it).

Il comico Roberto Benigni si è esibito al Festival di Sanremo in una lettura del Cantico dei Cantici, al tempo stesso provocatoria e scontata: il testo biblico canterebbe una sessualità completamente libera, che la tradizione rabbinico-cristiana ha nei secoli soffocata e repressa. Sono fra coloro che non menano scandalo per un comportamento sessuale più o meno spregiudicato: m’irritano piuttosto le banalità culturali fatte passare per pensieri originali e brillanti. Non so quanto Benigni ne sia consapevole, ma il suo è invece un discorso trito: fatto e rifatto.

Nel 1881 Felice Cavallotti (sì, proprio lui! il “bardo della democrazia”, che era anche scrittore e poeta) scriveva per le scene uno “scherzo poetico in un atto”, intitolato appunto “Il Cantico dei Cantici”, che incontrò un enorme successo nell’Italia di Depretis e di Crispi, provocando una vera epidemia di traduzioni di quel libro della Bibbia: se ne contano almeno sette fra il 1882 e il 1889. Un vecchio colonnello in pensione, fortemente anticlericale, forse massone, è contrariato dal fatto che il figlio di suo fratello voglia farsi prete, che una stirpe di soldati come la sua vada a finire in seminario. Ne parla con Pia, la sua bella figliola, mentre attendono una visita del giovane, l’ultima prima del fatal passo. Arriva Antonio, che il colonnello – forse con qualche malizia – lascia solo con la figlia: i due cominciano una conversazione, agl’inizi difficile per gli scrupoli del seminarista, poi sempre più carica di emozioni e sottintesi. Alla fine leggeranno insieme una pagina biblica, appunto il Cantico dei Cantici, che Cavallotti a suo modo traduce e mette in versi, e i sensi repressi del giovane avranno allora la loro rivincita: dimentico del seminario, si avvierà a sposare la cugina!

In definitiva il giovane, non essendo ancora prete, evita un drammatico errore e infine costituisce una famiglia più che “regolare”, certamente benedetta da un ministro di Dio. Oggi questo happy end “borghese” sarebbe ricoperto di sarcasmi dagli ascoltatori televisivi di Benigni. Eppure quella commediola fu accolta da feroci polemiche da parte della stampa cattolica: gli scrittori del “Resegone” (il settimanale di Lecco dalla lunga e gloriosa vita) scrissero che “niuna donna e niuna madre d’Italia, degna del nome, potrebbe ascoltare il ‘Cantico’ [di Cavallotti] senza degradarsi fino all’ultima prostituzione di ciò che in donna v’ha di più sacro, il pudore”.

Ma di grande interesse sono anche le pagine premesse dal deputato radicale alla stampa della sua pièce, perché (anche qui) affiorano discorsi che vengono detti e ripetuti continuamente anche oggi.

Nel 1873 la Milano bene era stata sconvolta da un gravissimo episodio di pedofilia in uno dei meglio frequentati collegi della regione: quello dei Barnabiti di Monza. Il rettore, padre Stanislao Ceresa, era stato condannato a dieci anni di galera, appunto, per una serie di ripetuti abusi sessuali sugli allievi del collegio, fra i più bei nomi dell’aristocrazia lombarda. Quel prete non era un uomo banale: letterato di una certa fama, buon patriota, non gesuitante. Nel 1881, Tommaso Villa, che reggeva il dicastero di grazia e giustizia nel democratico governo Cairoli, gli avrebbe concesso la grazia: “Stanislao Ceresa,  –  scrive  Cavallotti – padre barnabita, ingegno potente e natura ardente, condannato dalle Assise per attentati al pudore, pagato per più anni, nel carcere reclusionale, il suo debito alla umana giustizia, e uscitone per decreto di grazia del ministro Villa, non poté goderne, perché subito appresso pagava il debito alla natura. La grazia aveva restituito alla società un’ombra, non più un uomo: smunto, macero, consunto dal rimorso, dalla vergogna, dalla maldomita febbre de’sensi – la lama aveva corroso il fodero –, Stanislao Ceresa rivide il libero giorno già preda della morte che a lui fu, più della grazia, pietosa”.

Solo chi non conosca l’umanità di Cavallotti può essere sorpreso dal suo atteggiamento cavalleresco nei confronti di quel povero prete. Ma il centro del suo discorso era un altro: proprio la repressione dei sensi implicita nella morale cattolica e imposto ai preti dal celibato  era alla base delle “perversioni” frequenti negli ambienti ecclesiastici: “Stanislao Ceresa – scriveva il deputato, e conviene ascoltarlo anche nella sua oratoria, così lontana dalla nostra sensibilità –  non era nato ad essere prete: quelli che lo consegnavano giovane, ardente, innamorato di ideali, al celibato dell’altare, quelli che, invece di una ragazza, gli inflissero in moglie la Chiesa, crearono un delinquente, assassinarono un uomo. Gridano sul loro capo le colpe e la condanna sua. E grida sul capo dei sagrificatori di coscienze e di uomini la ignominia de’ cento e cento ministri del Signore che, in tutti i paesi dove il cattolicesimo è in fiore, vanno ad ingrossare d’anno in anno le statistiche delle condanne per reati contro il pudore e contro natura: laida, enorme statistica, eppure inferiore alla metà del vero, perché non registra i reverendi… che la fanno franca. E ce n’ha tanti di questi, mi dicono, don Albertario, non è vero? Or quale altro, ben altro cantico, entusiasta e sereno, sarebbe sgorgato dall’anima di Stanislao Ceresa, restituito per tempo alla società che lo chiamava della sua gran voce! In quale atmosfera di luce purificatrice si sarebbero espansi gli istinti febbrili, le aspirazioni al bello ed al buono che erano in lui! Reso agli affetti umani, alle gioje del cuore, alle sante emozioni della famiglia, quella natura gagliarda, che il celibato violentò, vi avrebbe portato tutte le sue esuberanze: la società vi avrebbe acquistato un cittadino operoso ed utile, una energia non comune di sentimento e di intelletto rivolta alle alte e alle nobili cose”.

Cavallotti, scrivendo queste righe discutibili quanto si vuole, infrangeva dei tabù: si sono ricordate le reazioni furibonde che provocarono. Questa è la differenza fondamentale fra il suo “Cantico” e quello di Benigni: il comico toscano fa la figura (mi perdoni il paragone) del ladro che ruba in una casa, non solo senza sistemi antifurto, ma con porte e finestre spalancate: che nessuno difende più, neanche i suoi proprietari.

Ci vuol proprio molto coraggio?

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