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La Comune di Parigi: dal centesimo al centocinquantesimo anniversario

Di Mariuccia Salvati (Già professoressa di storia contemporanea dell’Università di Bologna)

In occasione del 150° della Comune di Parigi (2021) la Biblioteca della Fondazione Lelio e Lisli Basso (Roma) ha organizzato in sede una mostra di stampe, giornali e volumi d’epoca lì conservati. A partire da questa straordinaria documentazione (la raccolta nacque a Milano negli anni ‘50 e ‘60 da una passione di Basso come bibliofilo, oltre che come storico dell’evento, di cui è frutto anche l’antologia curata – su sua sollecitazione, nel 1971 – da M. Salvati, I giornali della comune, Feltrinelli ed.), la stessa Fondazione ha organizzato un incontro on line (maggio 2021) per presentare alcuni dei volumi recentemente usciti. Oltre a I fondi della Biblioteca Basso (il catalogo della mostra), si presentavano due volumi in edizione tascabile, nel quadro di un neo-nato progetto di divulgazione storico-culturale, avviato da Goffredo Fofi: l’uno (edizioni dell’Asino) di M. Salvati, La Comune di ParigiStoria e interpretazioni (già pubblicata in Il mondo contemporaneo, La Nuova Italia, 1980) e l’altro (edizioni e/o) a cura di G. Fofi, I giorni della Comune, Parigi 1871, un sintetico ma efficace racconto cronologico delle giornate e degli eventi della Comune. Si presentavano, inoltre, due studi nuovi e recenti: di Kristin Ross, Lusso comune, edizione italiana a cura M. Pezzella (Rosenberg e Sellier 2020) e, di F. Castelli, Comunarde. Storie di donne sulle barricate (Armillaria 2021).

È anche il caso di segnalare che la ricorrenza dell’anniversario della Comune era stata anticipata, da un lato, dalla innovativa ricerca di I. Cervelli, condotta su fonti storiche originali dell’ultimo decennio del Secondo Impero, Le origini della Comune di Parigi. Una cronaca, 31 ottobre 1870 – 18 marzo 1871 (Viella, Roma 2015, pp. 503), e, dall’altro, da un importante fascicolo de “Il Ponte” (supplemento al n.3, maggio-giugno 2018): Il tempo del possibile: l’attualità della Comune di Parigi, a cura di F. Biagi, M. Cappitti, M. Pezzella (pp. 224).[1] Vi è poi tutto il capitolo relativo a Marx e la Prima Internazionale (qui non trattato), su cui si veda almeno l’importante Lavoratori di tutto il mondo unitevi! Indirizzi risoluzioni, Discorsi e Documenti.,Edizione del centocinquantennale, a cura di M. Musto (Donzelli, Roma 2014).

Vale la pena di prendere le mosse da questo primo elenco delle pubblicazioni nel 150° anniversario (si fa riferimento qui al primo semestre del 2021) per avanzare qualche considerazione sul suo differenziarsi rispetto al Centenario e in generale alla storiografia antecedente sulla Comune. Per questo l’opera bibliografica di riferimento è La Comune di Parigi nella Biblioteca Basso, a cura di M. Sala (L. Olschki Editore, Firenze 2005): lì si documenta, nella prima sezione (che comprende 502 titoli), come l’evento Comune di Parigi abbia trovato le sue prime Fontinelle memorie dei protagonisti, nei periodici del tempo, nelle cronache e carteggi dei contemporanei, nei testi della Prima Internazionale (Marx e Engels, titoli 436-455), oltre che nell’arte e nella letteratura. La sezione successiva, Studi sulla Comune di Parigi, costituisce un capitolo ancora più ricco (e oggetto di integrazioni da parte di sempre nuovi studiosi), i cui campi spaziano dalle Opere Generali a La Fine dell’Impero, da I Protagonisti della Comune ai Partecipanti stranieri alla Comune, dalla Vita politica e sociale alla Vita artistica e intellettuale, da La Comune in provincia, a Versailles, la repressione, la deportazione ed a La Comune in Europa e in America. Non mancano i capitoli su L’eredità della Comune nel dibattito ideologico e su L’eredità della Comune nell’arte e nella letteratura (titoli da 503 a 1224).

Già questo elenco (che, ricordiamolo, comprende le opere schedate fino al 2005) lascia intuire come non si smentisca mai la nota profezia secondo cui la storia della Comune è destinata ad essere riscritta da ogni generazione: sì, ma… come?

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Dal punto di vista politico, il primo partito che si impadronì di questo evento fu quello bolscevico, che vide, nella Comune, soprattutto la sconfitta di un gruppo dirigente inadeguato. Al di là dell’ideologia, tuttavia, il cinema russo, in una fase ancora sperimentale della rivoluzione sovietica, seppe dare della Comune, con il film La Nuova Babilonia (di Grigorij M. Kozincev e Leonid Z. Trauberg, 1929) un’immagine utopica ed eroica, ricca di squarci sociologici e artistici, ancora oggi di grande fascino. Dopo di allora – dal punto di vista storiografico – l’evento più eclatante è stato la celebrazione del Centenario della Comune, soprattutto nel grande convegno universitario (Sorbona) di Parigi, che – facendo seguito al 1968 – seppe assorbire di quel movimento nuove domande e un nuovo approccio storico. Se proviamo ad isolare alcuni temi di questa storiografia (alla luce della rassegna La Comune di Parigi. Storia e interpretazioni, cit., di M. Salvati) il più interessante e originale risulta, al di là delle letture marxiane o bakuniniane, quello della città: un filone che era nato già con C. Talès (La Commune de 1871, préface de Leon Trotsky, gennaio 1924) e privilegiato, più tardi da M. Choury, nei suoi studi sulla vita quotidiana dei quartieri di Parigi durante la Comune (La Commune au coeur de Paris, Editions Sociales, Paris 1967). L’opera di Talès ha anche ispirato il filosofo Henri Lefebvre (noto soprattutto per il suo Critica della vita quotidiana, 1947) che dedica alla Comune il saggio La signification de la Commune (1962) e il volume La Proclamation de la Commune. 26 mars 1871 (1965).

Qui Lefebvre, in linea con le correnti situazioniste del ’68 (Guy Debord, A. Kotànyi, Raoul Vaneigem[2]), rompeva gli schemi interpretati­vi dominanti, proponendo di applicare allo studio della Comune norme, temi, idee, trat­ti dalle scienze sociali: ne derivava, per la storiografia, la tendenza a rivede­re la nozione marxiana di prassi, negando lo schema che riduce l’intera «produzione» umana alla produzione eco­nomica. Da ciò, Lefebvre ricavava due temi guida nella sua proposta di lettura: il tema della festa (e del dramma) e il tema della riconquista della città. Si tratta di opere che hanno segnato i successivi lavori degli storici e delle storiche, anche più recenti[3]. Si veda anche il primo lavoro di J. Rougerie del 1964 (Procès des communards), una tappa importante sul piano metodologi­co: l’A., infatti, apertamente af­frontava il problema di analizzare, al di là di modelli sovraimposti, l’immagi­ne, l’origine, il comportamento del comu­nardo, a partire dall’esame dei dossiers della giustizia militare. Più tardi, nel suo Paris libre 1871 (1971), sarà Parigi la protago­nista, ma qui le trasformazioni operate da Haussmann, l’allontanamento dai quartieri centrali della popolazione operaia, la nascita di un «marginalismo» collettivo operaio non sono, come nelle ricostruzioni tradizio­nali, fenomeni di contorno ad un crescente immiserimento operaio, ma la premessa stessa, il presupposto ambientale di un nuovo «comunalismo»,favorito dalla persistenza di strutture sociali che garantiscono la tra­smissione delle memorie rivoluzionarie. Secondo questa storiografia, infatti, la dinamica rivoluzionaria nasce da una serie di fattori apparentemente discordanti e che in termini sociologici attengono essen­zialmente alla tesi della «solidarietà». Da una parte, infatti, l’opera  di ristrutturazione urbanistica del prefetto Haussmann, sforzandosi di isolare gli operai nei quartieri periferici, aveva favorito, in realtà, l’aggregazione di altri strati sociali poi suggellata dall’assedio; dall’altra, l’immigrazione degli an­ni Cinquanta, anziché generare masse perico­lose come negli anni Quaranta, subì il fascino di un «millenarismo urbano», la seduzione della città e dell’assistenza pub­blica: inserendosi, soprattutto, in una con­giuntura economica che, se non eliminava la disoccupazione stagionale, riduceva, tuttavia, la disoccu­pazione cronica.

Mentre, schematizzando, si può dire che per Rougerie il tes­suto urbano è sì una sede di solidarietà, ma in quanto, per composizione sociologica e persino «viaria» e per la sua tradizione rivoluzionaria, resiste a una innovazione che lo sfiora senza modificarlo (da qui il peso della tradizione, nella visione di Rougerie, e la sua inclinazione, in questo campo, «pas­satista»), nella ricerca, per esempio, della storica J. Gaillard[4], la solidarietà è il frutto stesso dell’innova­zione e della «annessione del passato al presente» operata dalla trasformazione eco­nomica e urbana del Secondo impero. Le conseguenze sul piano interpretativo sono evidenti: dalla modernizzazione della città di Parigi è infatti possibile inferire – ritiene Gaillard- la modernità dei suoi conflitti di classe. A sua volta, lo storico Georges Haupt, rifugiatosi in Francia in fuga dalla Romania, cerca, nel rileggere la Comune, un modello politico democratico e partecipato (suo La Commune comme symbole et comme exemple, in “Le mouvement social”, 1972, poi anche in italiano nel suo L’Internazionale socialista dalla Comune a Lenin, Einaudi, 1978). A sua volta, Lelio Basso, con il quale Haupt collabora per la costruzione, a Roma, del Centro studi della neonata Fondazione (fino alla sua morte improvvisa, proprio a Roma, nel 1978), nel suo saggio del 1971 vede, marxianamente, nel massacro dei comunardi la sconfitta di un proletariato che non è ancora pronto per la lotta di classe. Nella scia di Basso, la sottoscritta, allora alle prime armi come storica, si lanciava, nell’introduzione all’antologia citata e in consonanza con la storiografia francese, in un percorso della memoria della Comune che, diffondendosi in Europa ma anche nell’Italia liberale, incontrava il filone Proudhon – Kropotkine – E. Reclus e il pensiero auto-gestionale, piuttosto che il Marx della Guerra civile.  

È indubbio, comunque – e i 150 anni di pubblicazioni lo confer­mano – che le innovazioni interpretative, gli stimoli conoscitivi nella storiografia della Comune sono sempre arrivati, direttamente o indirettamente, da salti teorici e politici intervenuti nella evoluzione della teoria socialista. Da qui la necessità finora avvertita di appro­fondire anziché allargare la ricerca, ma anche la certezza della vitalità del simbolo, almeno fino a quando il movimento operaio avrà bisogno (come hanno sempre ritenuto i suoi sostenitori) di cercare nella storia la fonte di legittimità del suo ruolo e dei suoi obiettivi[5].

Particolarmente innovativo da questo punto di vista è il volume, citato, di Kristin Ross, (meritoriamente tradotto e introdotto nella cultura italiana da Mario Pezzella e Sebastiano Taccola), in cui l’A, all’interno di una riflessione più ampia su movimenti e territori negli ultimi anni, prova a sviluppare in modo militante la nozione allora circolante di «luxe communal»: a suo avviso, infatti, le ambizioni del «luxe communal» sono alla base dell’invenzione tutta comunarda di lottare e vivere collettivamente, in nome non tanto di un programma politico comune, quanto di un minore asservimento alla politica, di una maggiore disposizione all’arte, all’educazione e alla cultura tutta,  al rapporto con il lavoro in maniera ‘rigenerante’: anche se tale rigenerazione non può che rappresentare una straniante novità nella ricezione esterrefatta di molta contemporanea borghesia, tutta tesa a obliare il famoso appello dello scomparso Proudhon, evocato anche da Benjamin nei suoi Appunti e materiali relativi alla Comune: «Sauvez le peuple, sauvez [-vous] vous-mêmes, comme  faisaient vos pères, par la Révolution» [6].

E qui ci ricongiungiamo, per concludere, ad un saggio recente che offre un approccio originale alla rilettura della Comune 150 anni dopo la sua sconfitta. Non a caso a pubblicarlo, sulla rivista Jacobin-Italia (giugno 2021), è stato Enzo Traverso, tra i più innovativi storici contemporanei, in Europa come negli USA (dove insegna a Cornell University). In questo saggio, dopo aver ripercorso un panorama storico del riapparire della Comune nell’ultimo secolo, in un contesto globale, egli ne sottolinea le eredità e riscoperte continue, «alla luce della sua singolare e irriducibile libertà collettiva». Non è un caso che ciò sia avvenuto, nel XXI secolo, in nuovi contesti internazionali, perché, osserva Traverso: «Il profilo sociale del comunardo medio era molto più vicino a quello di molti giovani contemporanei – lavoratori precari, studenti e intellettuali – che a quello degli operai industriali del XX secolo»; come non è un caso – egli conclude riallacciandosi a Kristin Ross e A. Badiou (La Comune di Parigi. Una dichiarazione politica sulla politica, Napoli 2004) – che ciò che negli ultimi anni si riscopre della Comune sia, appunto, il suo «comunalismo», che risuona potentemente in sintonia con i dibattiti attuali sui «beni comuni», la riappropriazione collettiva della conoscenza, la difesa della natura come bene comune, contro il processo neoliberista di reificazione e privatizzazione globale. «I tratti tipici della Comune, che praticò una rottura radicale, tanto profonda quanto effimera, abbandonando l’idea di un progresso lineare e graduale, sono quelli di molti movimenti alternativi contemporanei.» Per concludere con le parole seguenti:

«Come i titani che assalivano l’Olimpo, i comunardi avevano rovesciato l’ordine costituito. L’assalto al cielo evoca al contempo uno slancio verso il futuro e la secolarizzazione di attese messianiche. Questa è forse la chiave per comprendere l’incredibile longevità di quei settantadue giorni della primavera parigina del 1871».


[1] Tra le ristampe recenti, ricordiamo anche, di Arturo Labriola, La Comune di Parigi, raccolta di otto conferenze (1906), a cura di M. Montelisciani (Rogas edizioni, 2021).

[2] Si veda, in « Autogestion et socialisme. Etudes débats, documents », cahier n. 15 (mars 1971), La Commune de Paris. Etudes; tra gli altri, Debord, Kotany et Vaneigem, Sur la Commune.

[3] E’ in questo filone, riteniamo, che si inserisce la recente innovativa ricerca di F.Castelli, cit. e la traduzione italiana di Presa di possesso di Louise Michel (a cura di Selva Varengo, Zero in Condotta, Milano 2021).

[4] Paris, la ville.1852-1870. L’urbanisme parisien à l’heure d’Haussmann, Paris, Champion, 1977.

[5]Se ne è visto un esempio anche in occasione della riflessione recente sul tema dei beni comuni: cfr. Chiara Giorgi e Gabrielle Bonacchi, La Comune di Parigi e la cittadinanza attiva, in Fondazione Lelio e Lisli Basso-Issoco, Tempo di beni comuni. Studi multidisciplinari, Ediesse, Roma 2013, pp. 383-402.

[6] Cfr. Kristin Ross, L’imaginaire de la Commune, La fabrique, Paris 2015, pp. 51-81.

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