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“Servitore del popolo”: cambiare il mondo non è facile

di Stefano Battilana

In occasione del passaggio televisivo, peraltro non completato, dello sceneggiato su La Sette, abbiamo potuto vedere alcune puntate della serie “Servitore del popolo” (Shula Narodu), di cui ora si annuncia il debutto su Netflix. Ne scaturiscono riflessioni attuali, in rapporto al tragico e persistente orizzonte bellico della guerra in Ucraina, da cui è emerso un profilo “eroico” del presidente Zelen’skyj. Ormai celebre la sua battuta, nelle prime ore dell’invasione russa, in risposta a Biden, che si offriva di espatriarlo da Kiev incolume: “Mi servono armi, non mi serve un passaggio”. Ne è nato un personaggio internazionale, un cowboy della resistenza, che ha attratto l’attenzione dell’Occidente, finora assopita, sul percorso che ha portato lo showman, vincitore persino di un’edizione ucraina di Ballando con le stelle, al ruolo attuale di comandante in campo, sempre in mimetica e divisa tattica. Il commento che segue riguarda il periodo prebellico, prima che l’elezione presidenziale portasse il nostro attore a fondare un partito vero, con lo stesso nome dello sceneggiato, che ha incassato la fiducia dell’elettorato ben oltre il 70 %. Questo avrebbe portato a un grande rinnovamento come già nel 2004 a Kiev col movimento Piazza Maidan? L’interrogativo rimane: la guerra ha congelato tutti i possibili riformismi, rendendo primaria solo la sopravvivenza. La rivoluzione arancione può attendere e noi restiamo col fiato sospeso.

Parliamo della stupefacente vicenda di un attore, interprete di sé stesso, che diventa presidente col programma elettorale dello stesso script che lo aveva reso famoso: è un inedito, qui non regge il paragone con Ronald Reagan, che da attore non interpretava sé stesso e da presidente non era più attore, nel senso di grande comunicatore. Invece, la carriera cinematografica e, per molti versi, anche l’attuale abilità mediatica del presidente ucraino Zelen’skyj è un inedito assoluto, una sorta di sceneggiatura che si autoavvera, e il protagonista, dalla fiction alla realtà, deve risolvere i problemi immani di uno Stato corrotto e pasticcione. Certo, in “Servitore del popolo” la guerra è lontana, i massacri neppure immaginati, i nemici si combattono al massimo con la dolce euchessina, gli orrori attuali non sono neppure in mente Dei, forse neppure ancora nella mente del presidente russo. Eppure, il proposito faraonico è lo stesso: cambiare radicalmente le cose, un’impresa altamente improbabile. Ecco perché nel nostro titolo il cambiamento, pur essendo assai difficile, viene dichiarato non facile, una sfumatura semantica in positivo, che vuole rendere il senso di un’impresa ardua ma non completamente impossibile.

L’opera ricorda le commedie parrocchiali, fatte principalmente di sketch e personaggi da commedia dell’arte, con attori presi fra la gente comune, a interpretare sé stessi e che possono giganteggiare in recitazione solo se dotati di un naturale talento, non certo per preparazione accademica. L’inizio è quasi alla Mister Bean: un oscuro professore di Storia, che infervora gli studenti con discorsi dall’etica profonda e appassionante, si vede recapitare l’esito di un sondaggio in cui è stato scelto da un concorso pubblico, una specie di lotteria popolare in cui il pubblico poteva indicare il proprio presidente ideale, come il prossimo integerrimo Presidente della Repubblica. Naturalmente si tratta di un trucco dell’establishment, per dare fumo negli occhi al popolo: nominare una specie di Bertoldo inconsapevole che permetta di proclamare il cambiamento senza in realtà cambiare nulla. Da qui la totale sottovalutazione del professorucolo, che invece si rivela quantomai coriaceo, tale da non farsi prendere sottogamba (quanto pare sia capitato anche nella realtà, nella prima fase dell’aggressione russa). Egli riesce persino a imbastire, resosi conto dell’assoluta insignificanza del proprio potere, pur fra i salamelecchi del Parlamento e le tante trame di palazzo, un governo di amici fidati, quasi tutti incompetenti, ma volenterosi ed onesti e soprattutto suoi fedelissimi, con cui porterà avanti più che un piano di riforme radicali un programma di buon senso, di credibilità, di semplificazione, di promesse finalmente mantenute. Tutto questo in assoluto contrasto col gruppo di “oligarchi” (ebbene sì, anche qui ci sono…) che governa segretamente il paese e che lo segue da un elegante salotto su uno schermo, come un Grande Fratello che manovra la corruzione di stato.

Tanto per cominciare il professore, una volta insediato in pompa magna, non si monta la testa con lo sfarzo e mantiene la propria vita frugale di prima, nonché l’abitudine di andare al lavoro in bicicletta, percorso che costituisce la sigla di apertura della serie. Lui è il virus che il sistema ha introdotto nella speranza di assimilarlo, ma non ce la fa, perché ha incontrato, un po’ per caso o per scherzo del destino, un piccolo Machiavelli, che, come il fiorentino illustre faceva in villa smettendo i panni curiali, dialoga coi grandi del passato, che lo consigliano o dissuadono a seconda dei casi: è un aspetto di quella ironia tipicamente slava (non solo ucraina, basti pensare ad alcune pagine di Arcipelago Gulag), capace di scherzare sulle tragedie, con un tono un po’ yiddish, che si misura con le tristezze del mondo e le umane meschinità, strappando allo spettatore un sorriso o persino un’omerica risata. C’è un modo di procedere emblematico del machiavellismo idealista del neopresidente: i suoi amici ministri, continuamente oggetto di pizzini con profferte di dollari (il danaro buono, altro che le Grivnie nazionali), a un certo punto cominciano ad accettare, anzi rilanciano in modo esoso e si fanno incastrare a incassare mazzette miliardarie. Tutto pare perduto per la virtù dei servitori del popolo, ma poi si scopre che si è trattato di uno stratagemma ben orchestrato per spillare soldi ai ricconi corrotti e utilizzare i fondi per il bene comune e pagare i debiti dello stato. Quella astuta manovra sarà un successo, ma purtroppo non basterà a ripianare il deficit: si rende necessario allora un prelievo straordinario sul genere di consumo sempre in voga, la vodka. Della serie chi tocca muore, si scatena allora la rivolta popolare, persino dei genitori dello stesso presidente, sconcertati fin dall’inizio della vicenda per non aver ricevuto alcun vantaggio personale dalla nomina del figlio. La folla si assiepa inferocita davanti al palazzo presidenziale e il nostro la affronta con coraggio, ma nessuno lo ascolta, lui non riesce a sovrastare il battibecco collettivo e rischia di perdere ogni ascendente sull’uditorio. Allora ricorre a un trucco, da vecchio professore esperto di scolaresche turbolente. Butta lì, quasi sottovoce, una battuta: “Hanno dimesso Putin” e improvvisamente tutti si zittiscono e lui ottiene l’attenzione generale. “Funziona sempre…” sarà il suo commento compiaciuto. È una scenetta emblematica: Putin sta sullo sfondo, come il babau della politica ucraina, il popolo in tumulto comunque lo teme e lo vorrebbe detronizzato, ma non osa neppure sperarlo. Basta una suggestione in tal senso a fare del “presidente per caso” un leader indiscusso: potenza del wishful thinking, cui ci aggrappiamo a tutt’oggi.

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