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Seveso cinquant’anni dopo

Bruno Ziglioli (Università di Pavia)

Il disastro di Seveso del 10 luglio 1976, che comportò la fuoruscita di una ingente quantità di diossina dalla fabbrica chimica Icmesa di Meda, ha prodotto drammatiche conseguenze ambientali e sanitarie e, allo stesso tempo, ha rappresentato un evento periodizzante nella formazione di una cultura ambientalista a livello italiano ed europeo, contribuendo a modificare l’atteggiamento delle autorità politiche verso i temi ecologici.

L’Italia, alla metà degli anni Settanta del Novecento, soffriva di un dissesto ambientale diffuso. I ritardi nello sviluppo industriale erano stati colmati nei decenni precedenti ricorrendo a produzioni dequalificate, a basso valore aggiunto, a basso costo della manodopera, fortemente inquinanti. La natura nella sua integralità era stata completamente subordinata alla priorità dell’industrializzazione, in molti casi con il favore della pubblica opinione.

La legislazione italiana di allora in materia di tutela ambientale e di prevenzione dei rischi industriali si rivelava inadeguata e frammentata in decine di norme, che attribuivano la competenza sulle autorizzazioni e sui controlli a una miriade di enti settoriali, spesso non attrezzati tecnicamente e quasi sempre non coordinati e non comunicanti tra loro. Il ritardato trasferimento dei poteri alle Regioni, non ancora ben rodate nel loro equilibrio con le prerogative statali, rendeva ancora più complesso il quadro.

 In Brianza, solo il 19 luglio, nove giorni dopo la fuoruscita – di fronte ai gravi casi di cloracne sui bambini e di moria di animali – i dirigenti dell’Icmesa e della Givaudan si decisero ad ammettere che la nube conteneva una quantità non determinata di 2,3,7,8-tetraclorodibenzoparadiossina (Tcdd), una sostanza di estrema tossicità, ma i cui effetti sull’ambiente e sulla salute umana non erano allora del tutto conosciuti dalla comunità scientifica. Nei giorni seguenti, l’esercito evacuò e recintò la zona maggiormente inquinata: 736 persone dovettero lasciare le loro case, e le numerose attività industriali, artigianali e agricole presenti in quell’area furono costrette a interrompere il lavoro.

L’impatto con la diossina provocò profonde lacerazioni nelle comunità locali dei quattro comuni colpiti (Seveso, Meda, Cesano Maderno, Desio). L’incertezza circa gli interventi da intraprendere, la confusione di competenze tra lo Stato e la Regione, le rassicurazioni seguite da improvvisi provvedimenti d’emergenza, le voci su una possibile destinazione militare della produzione dell’Icmesa: tutti questi fattori contribuirono a scaldare gli animi, e i cittadini finirono per autorappresentarsi come cavie di esperimenti politici o scientifici. Si innescò anche il tentativo di trovare un capro espiatorio: i lavoratori dell’Icmesa e i sindacati furono additati da una parte della popolazione come corresponsabili dell’incidente, perché avrebbero conosciuto e taciuto i rischi del processo produttivo.

A questa situazione, che già si presentava incandescente, si aggiunse quasi subito il problema degli aborti. Secondo la letteratura scientifica, la diossina poteva avere effetti teratogeni e mutageni, e dunque vi era la possibilità che le donne incinte sottoposte alla contaminazione dessero alla luce bambini con malformazioni. La legislazione allora vigente in Italia non consentiva l’interruzione volontaria della gravidanza (introdotta nel 1978 con la legge 194) ma solo l’aborto terapeutico, per la salvaguardia della salute della madre.

La Regione Lombardia, guidata da una giunta di centrosinistra aperta alla collaborazione esterna del Partito comunista, decise di applicare tale fattispecie alle donne della zona contaminata, considerando quale grave danno alla salute della madre anche lo stress psicologico derivante dalla potenziale nascita di bambini con malformazioni. La decisione, che consentì a 35 donne di interrompere la gravidanza, scatenò le dure proteste della Chiesa cattolica e di alcuni movimenti ecclesiali; dal lato opposto, si mobilitarono i movimenti femministi, cercando di innestare il problema degli aborti a Seveso sulla lotta più ampia per i diritti civili in Italia.

La portata dell’incidente dell’Icmesa, che ebbe una fortissima eco mediatica a livello mondiale e che fu accompagnato da altri casi di grave incidente industriale (come la fuoruscita di 10 tonnellate di anidride arseniosa dallo stabilimento Anic di Manfredonia, il 26 settembre 1976), penetrò le coscienze e consentì un’accelerazione culturale e politica a livello regionale, nazionale ed europeo. Concetti come quelli di “crisi ambientale”, di “ecopolitica”, di “rischio tecnologico maggiore” – fino ad allora confinati alle discussioni di scienziati e intellettuali – cominciarono a diventare patrimonio diffuso nel dibattito pubblico.

Dopo un lungo percorso e molte discussioni, il 24 giugno 1982 il Consiglio della Comunità Europea approvò la cosiddetta “Direttiva Seveso” (82/501/CEE) sulla prevenzione dei grandi rischi industriali, recepita in Italia nel 1988 con un ulteriore ritardo di sei anni. Sul territorio colpito dalla fuoruscita di diossina, la giunta regionale lombarda – dopo dibattiti molto accesi – decise di scartare le ipotesi di bonifica basate sull’incenerimento in loco del materiale contaminato e si orientò verso una soluzione meno impattante. Parte della cosiddetta “Zona A”, a più alta contaminazione, venne trasformata in area verde, creando nel sottosuolo due discariche controllate dove seppellire i residui tossici.

Le operazioni di decontaminazione iniziarono nel 1983, e l’anno successivo presero avvio i lavori ambientali e forestali, terminati nel 1986. La cura dell’area venne affidata all’Azienda regionale delle foreste, che proseguì gli interventi di piantumazione. Il parco, chiamato “Bosco delle Querce”, fu inaugurato nel 1996. Nel 2005 la Regione Lombardia lo ha riconosciuto come riserva naturale. Al suo interno, un percorso composto da 11 pannelli racconta il passato e il presente di quel luogo, la sua importanza naturalistica e la sua rilevanza sociale.

Tuttavia, nei territori colpiti, a lungo il ricordo del disastro ha subito un processo di rimozione memoriale, con una volontà esplicita, da parte degli abitanti, di dimenticare quanto accaduto, al fine di esorcizzare lo stigma della diossina calato sulle comunità. Il recente progetto della strada Pedemontana, il cui tracciato sfiora il Bosco delle Querce e prevede un parziale sbancamento dell’area sotto la quale è interrato il materiale contaminato, con la necessità di nuovi interventi di bonifica, ha fatto riemergere repentinamente – insieme alle tracce della diossina del 1976 – una memoria inquieta e militante. Tutte ciò, nonostante le evoluzioni legislative e culturali di questi cinquant’anni, ci segnala la necessità di non abbassare la guardia di fronte alle scorciatoie narrative di poteri e interessi pronti a sacrificare l’ambiente e la salute sventolando la bandiera dello sviluppo e del benessere.

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