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Netanyahu e la memoria della Shoah. Revisionismo e negazionismo nella storia politica israeliana

Contributi di Arturo Marzano, Fabio Nicolucci e Claudio Vercelli

Arturo Marzano (Università di Pisa), Netanyahu, la memoria della Shoah e il conflitto israelo-palestinese

La nota esternazione di Benjamin Netanyahu dello scorso 20 ottobre ha suscitato molte polemiche, tanto sui quotidiani di tutto il mondo, quanto sui social media. La maggior parte dei commentatori si è in particolare pronunciata sul rischio che il Primo ministro israeliano finisse addirittura per sostenere le posizioni del negazionismo, sempre più in voga proprio sui social media.
Lo stesso Primo ministro si è reso conto di questo rischio e ha sostanzialmente ritrattato il giorno dopo, affermando che non fosse assolutamente suo interesse assolvere Hitler. Ha, tuttavia, ribadito come «i progenitori della nazione palestinese (…) già allora aspirassero ad un incitamento sistematico per sterminare gli ebrei« e come il Gran Mufti sia «tuttora una figura rispettata dalla società palestinese». La parziale ritrattazione del 21 ottobre mi pare persino più interessante dell’affermazione del giorno prima, dal momento che rileva inequivocabilmente l’obiettivo che il premier israeliano si era posto, vale a dire stabilire un nesso diretto tra i palestinesi e la Shoah. Risalendo indietro nel tempo, una conferma esplicita di tale intento si individua in un discorso tenuto dallo stesso Netanyahu alla Knesset nel 2012, allorché questi aveva definito Hajj Amin al-Husayni «uno dei principali architetti» della soluzione finale. L’affermazione del 20 ottobre si inserisce, dunque, in un disegno politico-culturale molto chiaro: la volontà di Netanyahu di utilizzare l’alleanza tra il Gran Mufti e l’Asse – nota a tutti – per attribuire ai palestinesi tanto una parziale responsabilità per la Shoah, quanto la totale responsabilità della violenza in atto in Israele/Palestina in questi mesi (per non dire anni). Cosa ci si può aspettare – lascia intendere Netanyahu – da un popolo che sessanta anni fa appoggiava Hitler e ne condivideva gli intenti genocidari? Nella vulgata del Primo ministro israeliano, insomma, i palestinesi non hanno mutato la loro politica dai primi anni Quaranta in poi. Allora, così come oggi, il loro obiettivo è uccidere gli ebrei.
In realtà, le dichiarazioni di Netanyahu vanno inserite e comprese all’interno di un tema più vasto, il ruolo che la memoria della Shoah ha rivestito – e riveste tuttora – all’interno di Israele, in termini identitari e politici. Si tratta di un argomento indagato da molti storici, da Tom Segev a Idith Zertal, solo per fare due tra i nomi più illustri. Fu a partire dal processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961, che venne finalmente data voce agli ebrei sopravvissuti alla Shoah e immigrati in Israele. Fu allora che la loro esperienza venne per la prima volta considerata degna di rispetto dopo che per più di un decennio proprio quei sopravvissuti avevano subito lo stigma della colpa di non essere stati sionisti – e dunque di non essere emigrati in Palestina prima del 1939 – e di non aver combattuto, salvo casi rarissimi, contro i nazisti. Da allora in poi, la rilevanza della Shoah nel discorso pubblico israeliano è aumentata sensibilmente. Per fare un esempio recente, si pensi alla campagna portata avanti dai coloni contro il cosiddetto “disimpegno” da Gaza, avvenuto nell’estate del 2005, allorché alcuni di loro si appuntarono sui vestiti la stella di David – di colore arancione – per accostare il comportamento del governo di Sharon a quello dei nazisti, entrambi colpevoli di deportare gli ebrei al grido di “Juden Raus!”.
Vi è, tuttavia, un ambito “privilegiato” all’interno del quale la memoria della Shoah e il suo utilizzo hanno avuto un ruolo particolarmente rilevante, il conflitto arabo-israeliano. Come ha bene messo in luce la già ricordata Idith Zerthal, a partire dai tempi dei governi di David Ben Gurion si affermò progressivamente un processo di «nazificazione» del nemico, degli arabi, in un primo momento, e dei palestinesi, successivamente. Se la Guerra dei Sei Giorni era stata preceduta da una generalizzata «ansia da Olocausto», tanto che l’attacco preventivo lanciato contro Egitto, Giordania e Siria il 5 giugno 1967 venne giustificato proprio con l’obiettivo di evitare una nuova Shoah, il mantenimento dei Territori Occupati fu motivato nel 1969 dal Ministro degli Esteri israeliano Abba Eban come necessario per evitare di ritornare alle «frontiere di Auschwitz». Con il governo di Menachem Begin, la Shoah divenne un riferimento ancora più pervasivo. Basterà ricordare quanto accaduto durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982, allorché Begin, a quel tempo Primo Ministro, affermò che l’alternativa all’operazione militare sarebbe stata un’altra Treblinka, e paragonò il bombardamento di Beirut, dove si trovava il quartier generale dell’OLP, ad un attacco contro la Germania nazista. Fu lo scrittore israeliano Amos Oz a ricordare come Hitler fosse morto da quasi quaranta anni e non fosse dunque necessario “resuscitarlo” per poterlo uccidere di nuovo. Venendo ad anni più recenti, l’estrema destra israeliana ritenne Yitzhak Rabin – più volte raffigurato nei due anni intercorsi tra la firma degli accordi di Oslo e la sua uccisione il 4 novembre del 1995 come una SS – colpevole di voler tornare alle «frontiere di Auschwitz». Non fu dunque un caso che il suo assassino, Yigal Amir, venisse paragonato da alcuni settori di quella destra ad uno dei partigiani ebrei che nella Seconda guerra mondiale avevano combattuto i nazisti. Peraltro, proprio nel 1993, mentre il governo Rabin negoziava con l’OLP di Arafat, Netanyahu lanciava una campagna contro Arafat, erede politico di quel Mufti che già allora veniva descritto come il “consulente” di Eichman e Himmler.
Ecco in che senso l’affermazione di Netanyahu non sorprende più di tanto, dal momento che si inserisce all’interno di retoriche già ampliamente utilizzate dai governi israeliani, in particolare da quelli di destra, che hanno spaziato dal paragone tra nazisti e palestinesi al ruolo che questi ultimi avrebbero avuto nella Soluzione finale. Particolarmente critica, tuttavia, è la circostanza in cui questo sistema discorsivo è stato nuovamente richiamato. La situazione di violenza che coinvolge Israele e la Palestina in questi mesi è decisamente preoccupante, soprattutto per i toni che si registrano da entrambe le parti. È molto probabile che, secondo Netanyahu, ribadire il legame tra palestinesi e Shoah possa servire, da un lato, per spingere alcuni ambienti della comunità internazionale a limitare le proprie critiche alle politiche del governo israeliano e, dall’altro, per compattare l’opinione pubblica israeliana, serrando le fila contro un nemico oggi più che mai “nazificato”. Tuttavia, oltre al rischio di falsificare la storia, piegandola agli interessi della politica, vi è l’ancora più grave pericolo di alzare il livello dello scontro ideologico, contribuendo a far sprofondare ulteriormente Israele e la Palestina nel ciclo della violenza.

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Fabio Nicolucci (analista di politica internazionale), Netanyahu e lo svuotamento della storia

Dopo la fine della Guerra Fredda il sistema delle relazioni internazionali è ovviamente cambiato. Da stabile e bipolare è passato ad oscillare ancora senza equilibrio tra assetti ora unipolari ora multipolari, con tensioni verso un nuovo bipolarismo Cina-Usa, ma per lo più caotici. Il dato analitico più rilevante però non è questo, ma il fatto che gerarchie e leadership si sono rimescolate anche all’interno dei sottoinsiemi, in particolare quello definibile come “Occidente”, conosciuto finora come Transatlantico. In particolare, con la scomparsa dell’antagonista globale unico in Occidente si è creato un nuovo rapporto con il sistema delle relazioni internazionali, basato non più – come prima – sulla conquista di un’egemonia politica nel proprio perimetro quale precondizione per fare poi politica globale, bensì sulla nascita di un bipolarismo politico interno irriducibile e che opera anche nel sistema globale. Insomma, sulla formazione di una “destra” e di una “sinistra” ambedue attori globali ma con diverse e quasi opposte visioni del mondo e di conseguenza del rapporto da tenere con gli altri. Il punto di rottura o di passaggio, se si preferisce, è stato senza dubbio l’11 settembre 2001. E’ il terrorismo globale a porre in maniera dirompente il tema del rapporto con gli altri in maniera tutta politica. Da lì comincia la polarizzazione interna tra chi vede gli altri – e soprattutto l’Islam –in maniera moralistica, raffigurandolo come un monolite con cui competere in uno scontro tra civiltà che è tra “luce” e “tenebre”, e chi invece guarda al mondo seguendo il realismo politico e pensa che anche gli avversari siano complessi e dunque politicamente ingaggiabili in negoziati politici, e che il Terrorismo sia un progetto politico autonomo e indipendente dalle grandi civiltà. Si formano così due schieramenti: il primo è capeggiato da Netanyahu – che non a caso vince per inedite quattro volte la premiership di Israele, facendolo diventare una sorgente di cultura politica neocon e di legittimità nella politica occidentale –; il secondo da Barack Obama, eletto invece proprio per decostruire questa agenda, tanto che gli riesce assai bene la pars destruens ma molto meno la pars costruens, almeno fino al decisivo – per la visione del mondo e del medioriente che implica – accordo sul nucleare con l’Iran, non a caso terreno di una ferocissima avversione da parte di Netanyahu. In questo nuovo “bipartitismo occidentale” l’uso e il ruolo della Storia diventa un campo privilegiato per l’azione politica. Ed è proprio il terreno che sceglie Netanyahu per ingaggiare una sempre più arretrata battaglia delle idee sulla Weltanshauung che si vuol far prevalere. Tra le polemiche più recenti ha fatto rumore quella relativa al ruolo del Mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini nell’odio antiebraico scoppiato nei territori del Mandato di Palestina negli anni venti, che nella vulgata di Netanyahu è diventato addirittura una responsabilità primaria nel concepire e sostenere la Shoah. Una forzatura talmente evidente da risultare paradossale. Perché smantella e decostruisce in modo assolutamente postmoderno le categorie storiche della sequenzialità, del contesto, della diversa potenza che gli attori hanno nel processo storico. Ma una parallela demolizione delle strutture del sionismo storico di Ben Gurion era cominciata già negli anni precedenti, con il varo di alcuni e controversi disegni di legge, come la privatizzazione dell’Israel National Fund, lo spazio sempre più ampio concesso alla religione nell’esercito – massima istituzione del sionismo laico – e la rilettura del conflitto israelo-palestinese in uno tra Terrorismo e Civiltà.

Questo smantellamento della razionalità della Storia è al cuore dell’opera politica di Netanyahu. Ma esso opera sia stravolgendola dall’interno – sconvolgendole e destrutturandone le fondamenta – sia ipostatizzandola in un ninnolo ornamentale superfluo e per lo più inutile. Come per esempio nel rapporto con l’Iran. In questo rapporto vengono introdotte talmente tante dosi di moralismo dicotomico – noi siamo il “Bene” loro sono il “Male” – da espungerne la Storia: compreso il fatto che fino alla rivoluzione degli Ayatollah del 1979 l’Iran costituiva uno degli alleati più solidi di Israele. La leva è uno scetticismo talmente pervasivo da diventare corrosivo: essendo l’Iran di Khomeini fondato sulla Taqiyya (una sorta di “dissimulazione”, ma non Onesta come quella di Torquato Accetto, ndr.) esso sarebbe inconoscibile, e dunque totalmente impermeabile anche alla politica e al negoziato perché non verificabile. Di qui una traslazione apocalittica della sua presenza nel mondo. Anche questa avvenuta mediante un’operazione sulla Storia attraverso sempre la Shoà – il grande trauma del popolo ebraico – come nella dichiarazione di Netanyahu sull’Iran nel 2006 all’Assemblea generale delle comunità ebraiche degli Usa, sul fatto che “l’anno è il 1938 e l’Iran è la Germania”, oppure con il paragone della decisione di un possibile blitz militare contro l’Iran con quella presa da Ben Gurion nel 1948 di proclamare lo Stato d’Israele, fatto nel 2011.

In conclusione, Netanyahu tratta la Storia in modo complesso e altamente politico, il che spiega anche la sua forza. Quella concezione della Storia che i progressisti di tutto il mondo, ed in particolare occidentali, hanno come loro punto di forza nel sostenere il Moderno e dunque il realismo politico, egli la piega verso usi che la stravolgono dall’interno, svuotandone la forza progressiva. Oppure – in una seconda e più perversa e innovativa modalità – la cristallizzano con uno sguardo da Medusa, rendendola ininfluente. Perché da quel momento in poi la sua politica si muoverà in una sorta di neoplatonismo eternizzato – sulla scorta del filosofo neoplatonico Robert Nozick, musa dei neocon – nel quale gli enti e gli eventi sono sempre uguali a se stessi anche perché intangibili. E così bisognerà scegliere tra quelli rimasti. Il Bene e il Male. Noi o Loro.

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Claudio Vercelli (Istituto Salvemini), Bibi e la storia fatta con il Lego

Indirizzandosi ad una platea selezionata, quella del World Zionist Congress, riunitosi a Gerusalemme il 20 ottobre scorso, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto modo di affermare che: «And this attack and other attacks on the Jewish community in 1920, 1921, 1929, were instigated by a call of the Mufti of Jerusalem Haj Amin al-Husseini, who was later sought for war crimes in the Nuremberg trials because he had a central role in fomenting the final solution. He flew to Berlin. Hitler didn’t want to exterminate the Jews at the time, he wanted to expel the Jews. And Haj Amin al-Husseini went to Hitler and said, “If you expel them, they’ll all come here.” “So what should I do with them?” he asked. He said, “Burn them”». Le polemiche non si sono fatte attendere ed è improbabile che il Premier non le avesse messe in conto. Le sue parole sono infatti risultate a molti tanto pesanti, quindi indigeste, quanto incontrovertibili, assumendo, nella loro perentorietà, un significato non negoziabile. Il rapporto tra la decisione hitleriana di passare alla «soluzione finale della questione ebraica», attraverso il genocidio sistematico, realizzato a partire, nei mesi successivi all’incontro tra i due esponenti politici, con il ricorso alle camere a gas, e le sollecitazioni antiebraiche provenienti dall’allora Mufti di Gerusalemme, figura fortemente squalificata, sospesa tra magistero religioso ed esercizio di un’incerta leadership politica, per Netanyahu istituisce un nesso di responsabilità diretto e pressoché immediato. Per proprietà traslativa, se Haj Amin al-Husseini ebbe nei fatti un ruolo tanto rilevante in una così fatale decisione, come le parole del capo di governo lasciano apertamente intendere, allora sono deducibili, nella loro plausibilità, alcune conseguenze. Ossia, che il potere di influenza dell’esponente più in vista della comunità arabo-palestinese nei confronti del nazismo fosse a tratti decisivo, giungendo per l’appunto ad orientare le scelte dello stesso Hitler in una materia tanto “delicata” quanto esplosiva; che il Muftì costituisse l’esasperata falange politica di un’intera comunità, oggi identificata con il mondo musulmano tout court ed allora riconducibile alle popolazioni arabe assoggettate al mandato inglese; che l’antisemitismo sterminazionista non fosse una prerogativa del solo Terzo Reich ma il prodotto, ancorché non necessariamente esclusivo né genuino, del fanatismo islamico. In questa concatenazione, che si fa stretta causalità logica, la distanza di spazio e di tempo tra eventi trascorsi e urgenze del presente viene del tutto cancellata. La morale di fondo è evidente: se sono stati criminali allora lo saranno anche adesso. Qualcuno ha discettato, replicando duramente alle esternazioni di Netanyahu, sul fatto che il suo costituisse un discorso “negazionista”. Quanto meno nei potenziali effetti, piuttosto che nei contenuti. Altri, più propriamente, hanno denunciato la secca torsione politica che il leader israeliano ha dato all’interpretazione dei fatti del passato. Non pochi ne hanno letto una sgradevole e spiazzante strumentalizzazione. Pochi altri, invece, si sono dedicati all’esegesi delle parole del premier, arrivando a convalidarne il contenuto. La storia dei rapporti tra una parte della leadership arabo-palestinese e le autorità naziste è stata ricostruita in più occasioni e anche con dovizia documentale. Le storiografie in lingua inglese e in lingua tedesca si sono lungamente adoperate in tal senso, offrendo al lettore un quadro compiuto delle compromissioni di esponenti del notabilato locale con gli emissari e gli interlocutori di Berlino. Un fenomeno che riguardò, peraltro, una porzione significativa del Medio Oriente, sia sulle coste africane che, soprattutto, nei territori dell’attuale Turchia, del Libano, della Siria e dell’Iraq per arrivare alle aree musulmane presenti nei Balcani. Se in un primo tempo la chiave di Volta era dettata dall’avversione alla presenza coloniale franco-britannica, successivamente la fascinazione per il modello totalitario rappresentato dai fascismi europei e, in particolare modo, da quello nazista, si presentò come un’ipotesi convincente, in qualche modo assimilabile ad aspetti della cultura islamica. Una sorta di incontro tra tradizioni e modernità, laddove le prime erano costituite dalla preservazione delle prerogative di una certa idea totalizzante di religiosità e la seconda era offerta dalla determinazione con la quale il regime tedesco portava avanti il suo progetto egemonico un po’ ovunque. L’oramai radicata presenza ebraica nell’insediamento sionista, ramificatosi nelle terre della Palestina mandataria, era percepita non come il prodotto di un processo storico dove un movimento politico nazionale afferma le sue ragioni e realizza i suoi obiettivi bensì in quanto immediata proiezione del dominio coloniale. Una parte delle classi dirigenti arabe si incontrò e si ibridò, quindi, con i temi dell’antisemitismo biologico di derivazione europea e, segnatamente, con quello sterminazionista professato dai nazisti. Ma il rapporto fu, per l’appunto, inverso a quello ricordato da Benjamin Netanyahu. Detto ciò, la questione, tuttavia, non è facilmente liquidabile come una infelice boutade del Primo ministro, ovvero una “voce dal sen fuggita che poi richiamar non vale”. Poiché, nonostante vi sia oramai un sostanziale accordo nella comunità scientifica, la quale identifica nel mancato raggiungimento, nel tardo autunno del 1941, dell’obiettivo di disarcionare Stalin, il momento storico in cui si attua la decisione di passare al genocidio sistematico degli ebrei, traducendolo su scala industriale, diverso è il problema di capire chi quell’ordine lo originò, lo formulò compiutamente e come esso si tradusse, nella scala di comando, in concreta e diffusa operatività. Netanyahu è intervenuto a gamba tesa su quest’ultimo passaggio critico, che non ha solo implicazioni storiografiche ma anche evidenti rimandi politici e robusti echi morali. L’attribuire al maggiore esponente della comunità araba in Palestina di allora una tale forza di influenza colpisce peraltro non tanto il cuore della ricerca storica, la quale, in tutta evidenza, non è in cima agli interessi del premier israeliano, ma la credibilità residua degli interlocutori palestinesi dell’oggi. Non di meno, rivela come la Shoah, lo sterminio delle comunità ebraiche, da evento trascorso, oggetto di studio ed elemento di comparazione cosi come di riflessione, sia da tempo divenuto anche strumento di contro-argomentazione nel mercato politico quotidiano. Si è ripetutamente parlato, in casi come questo, di uso politico della storia, per evocarne semmai gli abusi nel suo ricorso inflattivo, laddove i parallelismi impropri funzionano come fattori di delegittimazione. Con le parole di Netanyahu, tuttavia, si apre un altro scenario, che rimanda ad una sorta di uso “popular” dei trascorsi, dove il passato diventa una somma di elementi scomponibili e ricomponibili a seconda delle esigenze e delle priorità del momento corrente. Un po’ come si fa con il gioco del Lego. Una politica paralizzata in una sorta di eterno presente, incapace di fare i conti non tanto con il passato ma soprattutto con una qualche accettabile idea di futuro, rischia di ridimensionarsi al ruolo di un bambino che prende in mano i famosi mattoncini, li impila gli uni sugli altri, osservando infine compiaciuto il risultato. Poiché si pensa come l’architetto di un’opera della cui inconsistenza non si avvede, in quanto troppo impegnato a celebrarsi come una sorta di Prometeo quando invece vola del pari ad Icaro.

 

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commento
  • Quando la Storia è propaganda dal passato vuol dire che non si è capaci di immaginare un futuro nuovo.
    Per il resto è fuori discussione che Islam e Cattolicesimo storicamente hanno legittimato il dispotismo e incontrano grandi difficoltà ad aggiornarsi rispetto ai Diritti Umani.
    Ma questa è una questione socio-politica prima che religiosa, determinata da uno ritardo dello scenario culturale globale.

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