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L’accordo tra Corea e Giappone sulle “comfort women”: la realpolitik della memoria

Di Andrea Revelant (Università di Venezia) 

Il 28 dicembre scorso i ministri degli Esteri del Giappone e della Corea del Sud hanno reso noto l’accordo appena raggiunto sull’annosa controversia delle “comfort women”. Questa espressione, dal giapponese ianfu, indica in modo eufemistico le donne sfruttate nei bordelli militari giapponesi attivi in Asia tra gli anni Trenta e il 1945. La Corea, annessa come colonia nel 1910, fu uno dei principali territori di reclutamento. Il numero complessivo delle donne coinvolte è controverso, con stime che vanno da alcune decine di migliaia a duecentomila. Nel 1992 il governo giapponese presentò delle scuse alle vittime di tutte le nazionalità; tali scuse furono rinnovate l’anno seguente, ammettendo inoltre che le autorità militari erano state «implicate» in un sistema di sfruttamento sessuale che «in molti casi» aveva comportato il ricorso alla violenza e all’inganno. Questa “Dichiarazione Kōno” del 1993 è rimasta per la diplomazia giapponese lo standard di riferimento nel trattare la questione. Nel 1995 fu istituito a sostegno delle vittime lo Asian Women Fund, che rimase attivo fino al 2007. Alimentato da donazioni private, il Fondo si impegnò a fornire alle donne superstiti un risarcimento individuale, accompagnato da una lettera di scuse del primo ministro. Fondi statali furono stanziati per progetti di assistenza medica e sociale. Queste iniziative, tuttavia, non riuscirono a sopire le critiche mosse al Giappone. Tra le oltre duecento superstiti identificate in Corea, soltanto 61 accettarono l’offerta del Fondo, che fu criticato come un escamotage per evitare il pagamento diretto di riparazioni e una ammissione di responsabilità legale. Il governo giapponese ha sempre sostenuto che ogni obbligo nei confronti della Corea per il periodo bellico sia stato assolto con l’accordo annesso al trattato bilaterale del 1965. Cosa cambia con la nuova intesa e come si è giunti a questa svolta?

La vicenda delle “comfort women”, già trattata in alcune pubblicazioni nei decenni seguenti ai fatti, giunse all’attenzione internazionale alla fine degli anni Ottanta, quando la democratizzazione della Corea creò le premesse per una aperta discussione in quel Paese. Al 1991 risale la prima testimonianza pubblica di una superstite coreana, il cui esempio indusse numerose altre donne a uscire allo scoperto.  L’anno dopo, lo storico giapponese Yoshimi Yoshiaki pubblicò dei documenti, conservati nell’archivio dell’Agenzia della Difesa a Tokyo, che provavano il coinvolgimento dell’esercito imperiale nell’organizzazione dei bordelli. Questi sviluppi costrinsero il governo del Giappone ad adottare le misure sopra ricordate. Oltre a essere criticate come insufficienti da parte coreana, queste azioni non hanno risolto in Giappone il dibattito sul carattere coercitivo del sistema di prostituzione e sulle responsabilità delle autorità dell’epoca. Le interpretazioni negazioniste, minoritarie in ambito accademico ma con ampio seguito tra i mass media e i politici conservatori, hanno insistito sulla mancanza di documenti ufficiali a riprova di un sistematico reclutamento forzoso nelle colonie in base a direttive dei vertici militari e politici. Dal fronte opposto, questo approccio alla questione è stato respinto non solo come restrittivo, ma anche indifendibile di fronte all’evidenza di crimini commessi su ampia scala. In sede internazionale la disputa si è riaccesa nel 2007, quando la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha adottato una risoluzione che sollecitava il Giappone a fare ammenda per la «schiavitù sessuale» imposta dalle sue forze armate. Documenti analoghi sono stati successivamente emanati da altre assemblee, compreso il Parlamento Europeo. Le tensioni diplomatiche sono culminate nell’ultimo triennio, dopo il ritorno di Abe Shinzō alla guida del governo di Tokyo e l’elezione di Park Geun-hye alla presidenza della Corea. Cosa ha reso possibile il riavvicinamento tra politici noti per le loro posizioni nazionaliste? Superficialmente, è servito da giustificazione l’obiettivo di risolvere la disputa entro il 50mo anniversario della normalizzazione dei rapporti. La stampa internazionale, tuttavia, ha evidenziato le pressioni esercitate da Washington affinché i suoi alleati asiatici ponessero fine a un contrasto che intralciava la strategia americana di contenimento della Cina. Si è osservato, inoltre, come la prospettiva di ricadute positive sugli scambi economici abbia contribuito al raggiungimento dell’intesa.

L’accordo comprende: 1. nuove scuse in cui il governo del Giappone, riconoscendo il coinvolgimento delle forze armate dell’epoca, si dichiara «painfully aware of responsibilities from this perspective»; 2. l’istituzione, da parte del governo coreano, di una fondazione a sostegno delle ex “comfort women”, finanziata una tantum dal bilancio statale del Giappone con circa un miliardo di yen; 3. la cooperazione intergovernativa in progetti volti a ripristinare la dignità delle vittime; 4. l’impegno reciproco a considerare la questione irrevocabilmente risolta, posto che il Giappone attui le misure suddette; 5. da parte coreana, l’impegno a cercare di risolvere «in modo adeguato» il problema della statua commemorativa collocata di fronte all’ambasciata giapponese a Seoul, consultando le parti sociali interessate. Si tratta di un ingegnoso compromesso, la cui tenuta dipenderà però dalla capacità dei leader politici di farlo accettare all’opinione pubblica nei rispettivi Paesi. Questo problema si pone soprattutto in Corea, dove il Korean Council for the Women Drafted for Military Sexual Slavery by Japan ha subito motivato il suo dissenso.  Il principale beneficiario appare per ora Abe, che in modo pragmatico ha conseguito un successo diplomatico con un costo ridotto in termini di sostegno da parte delle frange nazionaliste. Va da sé che l’accordo non risolve in toto le controversie con la Corea in tema di memoria storica, né la disputa territoriale sulle Rocce di Liancourt. La stessa questione delle “comfort women” rimane aperta con gli altri Paesi coinvolti; dato l’annuncio di prossime trattative con Taiwan, l’accordo raggiunto con Seoul potrebbe aprire la strada a una soluzione più ampia.

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