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Il serpente: quando era l’Occidente il pericolo interno

di Stefano Battilana

IL GRAND TOUR DELLA DROGA. La vera storia di Charles Sobhraj, francese ma di natali vietnamiti, serial killer di hippies alla ricerca del Nirvana negli anni 70, ora trasportata nella fiction biografica “Il Serpente” di Netflix e BBC, ci aiuta a riflettere su come sia veramente cambiato il mondo da 40 anni ad oggi: soprattutto il mondo dell’Oriente mistico e fatalista dei vagabondi del Dharma alla Kerouac, dove un occidentale, come uno Ianez qualsiasi, poteva “precipitarsi” e muoversi liberamente, senza alcun pericolo di attentati suicidi, campi minati, taglieggiamenti, rapimenti o sgozzamenti di sorta. È incredibile, visto coi nostri occhi post 11 settembre, come l’area geografica dell’Oriente, dal Medio fino all’Estremo, fosse un’area di libero transito per il Grand Tour dei Figli dei fiori, i quali solo autonomamente potevano “perdersi”, morendo di overdose o fumandosi il cervello, essendo ancora considerati dei rispettabili Sahib, pur se in calzoni sfrangiati. La storia de “Il Serpente” si snoda da Istanbul fino a Kathmandu, fra Kabul ed Herat, passando per Benares e Bombay, da Lahore fino alla Thailandia, sulle strade della droga, inflazionate da turisti alternativi, che cercavano di immergersi nel Cuore di mistero del profondo Oriente.

LA ROTTA HIPPY. Una strada percorsa a piedi e su mezzi di fortuna, con l’autostop o su scassati autobus privati, che era stata magistralmente raccontata da un francese nel suo “Viaggio a Kathmandu”, dedicato proprio alla autobiografica ricerca dello sballo come esperienza antropologica interiore. L’autore, Charles (come il vero nome del Serpente) Duchassois compie la propria Via della Droga nel 1969, proprio a cavallo fra il primo periodo, chiamiamolo più soft, della Rotta Hippy, dove i beatnik praticavano soprattutto droghe naturali e leggere, il cosiddetto “periodo della canapa”, prima di passare, a partire dagli anni ’70, al periodo dell’eroina, assai più pericolosa e devastante, magari tagliata industrialmente e gestita dalla malavita organizzata. La vicenda del Serpente si svolge proprio nel secondo periodo, più feroce e insidioso, a partire dal 1973, ambientata prima in Afghanistan, dove abbandonerà definitivamente la moglie e il figlio piccolo, poi prevalentemente a Bangkok, vista con gli occhi dei “buoni”, raccolti attorno a un giovane diplomatico olandese che cercherà per moltissimi anni di ottenere giustizia per una coppia di suoi connazionali uccisi, solo per derubarli di passaporti e danaro, e barbaramente bruciati. I “cattivi” dall’altra parte sono tre, raccolti attorno al Mefistofele principale, il franco-vietnamita commerciante di pietre preziose e assassino a tempo pieno, che utilizza vari nomi, a seconda dei passaporti che ricicla dalle sue vittime. Accanto a lui, il compare di omicidi, un piccolo criminale indiano, sodale fino al servilismo, e presumibilmente fatto sparire dallo stesso Serpente, e la “moglie” (in realtà solo la compagna di efferatezze), una ragazza franco-canadese di famiglia cattolica, che lui aveva incontrato e circuito in Pakistan, in uno dei suoi innumerevoli viaggi alla ricerca di vittime occidentali.

UN MONDO PERDUTO. Ad Alain e Monique, così si faceva chiamare la coppia criminale, furono attribuiti almeno due dozzine di omicidi, principalmente fra i turisti o fra i loro ospiti occasionali, che in genere venivano sedati o avvelenati con forti emetici, poi finiti definitivamente e i cadaveri fatti sparire. La donna è morta da tempo, una volta tornata in Canada ancor giovane, il Serpente, invece, è tuttora vivo, anche se in carcere a 77 anni a Katmandu, dove era incautamente tornato per affari nel 2004, credendo che nessuno lo avrebbe riconosciuto: non appare affatto pentito e avrebbe probabilmente molto da raccontare, ma di certo non potrebbe, neppure volendo, rivivere ora la propria esperienza. Questo è il vero interesse storico della fiction: racconta lo spaccato di un’epoca che non esiste più. Oggi nessun occidentale, neppure il più sprovveduto, potrebbe pensare di ripercorrere i sentieri di quell’Asia perduta. Come dicevamo all’inizio, a partire dall’insediamento di Khomeini in Iran nel 1979, fino ai Talebani in Afghanistan, quella libertà di movimento e quello status di inviolabilità di qualsiasi Lord Jim occidentale, pur se straccione, sono finiti per sempre. Ora i demoni dentro di noi, come quelli del capitalismo borghese, sono meno pericolosi, ma lo sono ben di più, e drasticamente inevitabili, quelli esterni, delle dittature fanatiche e dell’integralismo religioso. Parce sepultis, anche per i poveri turisti assassinati dal Serpente, una storia ben costruita e avvincente, assolutamente da vedere e da consumare in un colpo, se reggete tutte assieme le otto puntate della serie.

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