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Lo spettro della “spagnola”

di Leonardo Goni

Il suo spettro aleggia ogni qual volta il mondo è minacciato da una incombente pandemia. È successo pochi anni fa con la SARS, poi con l’influenza aviaria, la suina e sta succedendo ora con questa nuova e più aggressiva variante della SARS che conosciamo tutti con il nome di Covid-19.

Scienziati e medici sono chiamati, ogni volta, a tranquillizzare l’opinione pubblica mondiale sul fatto che la pandemia non sarà come quella che si abbatté, nel 1918-19 sul pianeta, contagiando metà della popolazione mondiale e causando, secondo le stime più recenti, tra i 50 e i 100 milioni di morti.  Questo flagello, che ha provocato molte più vittime della Prima guerra mondiale, è passato alla storia col nome di “influenza spagnola”.

Tutto ebbe inizio l’11 marzo 1918, a Fort Riley, nel Kansas, in uno dei tanti campi d’addestramento dell’esercito americano in cui le reclute venivano addestrate per essere inviate nella fornace della Grande guerra. Quella mattina il sergente Albert Gitchell, capocuoco del campo, marcò visita. Aveva febbre alta, dolori lombari e tosse incessante. L’ufficiale medico non fece in tempo a ricoverarlo che altri tre soldati si presentarono da lui con gli stessi sintomi. A mezzogiorno i colpiti da quella che pareva essere una forma influenzale molto contagiosa e sconosciuta erano già oltre cento. Il cuoco Gitchell morì dopo quattro giorni, diventando la prima vittima riconosciuta della nuova epidemia, mentre al campo, entro la fine della settimana, i contagiati erano già diventati 500.

L’epidemia si sparse velocemente nei campi d’addestramento americani, brulicanti di truppe in partenza per l’Europa, diffondendosi anche tra i civili nelle città e varcando l’Atlantico sulle navi che portavano i soldati al fronte. Qui milioni di uomini ammassati nelle trincee, in condizioni igieniche precarie, divennero facile preda per la diffusione del virus.

Quando l’epidemia raggiunse, attraverso la Francia, la Spagna, paese neutrale che non partecipava al conflitto, i giornali locali, non sottoposti a censura militare, diedero ampio risalto alla notizia, dando così la falsa impressione che il paese iberico fosse il primo focolaio d’infezione. Da qui il nome di “spagnola” attribuito alla pandemia.

L’epidemia si diffuse in tre ondate. La prima nella primavera/estate del 1918, la seconda, la più aggressiva, nell’autunno/inverno di quello stesso anno e la terza nel 1919.

In Italia, il primo caso venne registrato nelle retrovie del fronte a Sossano (Vicenza), nel settembre 1918, mentre i contagiati saranno, complessivamente 4 milioni e mezzo e di questi oltre 350 mila ne moriranno, di cui almeno 70 mila militari.

Come ha osservato il biologo evoluzionista Paul Ewald, la peculiarità della guerra di trincea ha consentito al virus di diventare sempre più aggressivo e diffondersi esponenzialmente. A mano a mano che i soldati, al fronte, si ammalavano, venivano evacuati e rimpiazzati con uomini sani. Questo processo portava in continuazione il virus in contatto con sempre nuovi soggetti, giovani e in salute, in cui adattarsi, divenendo sempre più virulento e senza rischio di esaurirsi, grazie al continuo ricambio di “ospiti”. A differenza della attuale pandemia, quella di cento anni fa, mieté vittime soprattutto fra giovani adulti sani. La spiegazione potrebbe essere legata alla c.d. “tempesta citochinica”, un fenomeno scoperto recentemente. Si tratta di una reazione fisiologica eccessiva, messa in atto dell’organismo in risposta all’infezione, nella quale la presenza di un sistema immunitario forte e sano, diverrebbe uno svantaggio, anziché favorire il superamento della malattia.

Sebbene la medicina avesse fatto, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX grandi progressi, ben poche erano le cure disponibili contro la “spagnola”. La ricerca sui virus era ancora agli inizi mentre dovranno passare ancora dieci anni prima che Alexander Fleming scopra il primo antibiotico (la penicillina, nel 1928) e quattordici prima che venga sintetizzato il primo sulfamidico. Questi farmaci non avrebbero agito direttamente sulla malattia virale, ma avrebbero evitato o combattuto le complicazioni broncopolmonari di origine batterica, che furono la causa della maggior parte dei decessi collegati all’epidemia.

Ma che impatto ebbe la “spagnola” sull’andamento della guerra? La pandemia scoppiò nell’ultimo anno del conflitto, con eserciti già prostrati da anni di trincea. Colpì sia gli alleati dell’Intesa che gli Imperi centrali, riempiendo su ogni fronte gli ospedali da campo, causando più morti delle pallottole e rendendo temporaneamente inabili centinaia di migliaia di combattenti. Probabilmente però nessuno, tra i belligeranti, ne trasse vantaggio. Se da un lato, il generale Erich Ludendorff, capo di stato maggiore generale tedesco, scriveva nelle sue memorie: “era un gravoso impegno dover ascoltare ogni mattina il rapporto dei capi di stato maggiore sul numero dei casi di influenza e le loro lamentele sulla debolezza delle loro truppe, se gli alleati avessero attaccato di nuovo”, dall’altro, il Corpo di spedizione americano sul fronte francese (AEF), si trovò alla vigilia della importante offensiva della Mosa-Argonne, nell’autunno del 1918, con le forze pesantemente debilitate in vista dell’attacco. Per dare un’idea dell’impatto della pandemia, l’AEF ebbe, nell’ultimo anno di guerra, 227 mila soldati feriti in combattimento ma ben 340 mila ricoverati per la “spagnola” e dei 116 mila morti americani in quella guerra oltre il 50% perirono per malattia, non in battaglia. 

Ma per alcuni analisti, la “spagnola” influenzò se non la guerra, il dopoguerra. Tra i milioni di decessi causati dalla “spagnola”, numerosi furono quelli di personaggi famosi: i poeti Guillaume Apollinaire ed Edmond Rostand, il pittore Egon Schiele e la sua famiglia, il sociologo Max Weber e … il nonno di Donald Trump! Mentre ben tre capi di governo allora in carica ne vennero colpiti, riuscendo però a salvarsi: il britannico Lloyd George, il tedesco Max di Baden e l’americano Woodrow Wilson. È quest’ultimo il caso più rilevante e controverso. Wilson si ammalò nell’aprile 1919, durante la conferenza di pace di Parigi, abbandonando il congresso e rimanendo isolato nella sua stanza per una settimana, in un momento cruciale del negoziato, quando la sua posizione moderata riguardo la richiesta di riparazioni di guerra alla Germania, si scontrava con l’opposto atteggiamento francese assai punitivo verso il Reich. Al suo rientro, al tavolo delle trattative, apparve debilitato sia fisicamente che psicologicamente e non fu in grado di far prevalere la sua tesi: in altre parole senza il virus il trattato di Versailles avrebbe preso un’altra strada.

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