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Shtisel: la riserva orante di Israele

Di Stefano Battilana

Fortuna degli ultraortodossi. Parliamo di una serie Netflix di successo, Shtisel, giunta ora alla terza stagione, su un tema che sembrerebbe di nicchia: la vita e le usanze degli Haredim, gli ebrei ultraortodossi, ma che conta invece un corposo filone cinematografico, da Unorthodox, a La sposa promessa, da Disobedience a Un appuntamento per la sposa. Sarà perché la comunità ultraortodossa (da notare quell’ultra, perché essere solo osservanti non basta bisogna essere haredim cioè “tremolanti”, davanti alla Torah) ha acquisito in Israele, prolifica come è e compattamente ideologica, un notevole peso politico (quattro elezioni senza esiti determinanti in meno di due anni) al punto da fare da ago della bilancia per la formazione del governo. Sarà perché ci appare particolarmente esotico il folklore dei lunghi pastrani neri, dei lunghi riccioli attorcigliati sui lati del volto, della barba affilata, dei cappelli tubolari che ricordano un grosso salvagente, sarà per la forte convinzione identitaria che traspare dal loro portamento. Sarà per il fascino dell’ostrica, di un mondo di affetti e di relazioni totalizzanti, in cui se sei dentro ne accetti integralmente le regole rigidissime, se sei fuori non sei più nessuno (un gojhim), perché la tua libertà ti priva delle tue radici, del contesto sociale, della famiglia, della religione.

La società tripartita. Abbiamo già avuto modo di osservare come la società israeliana sia tripartita in termini medievali: i soldati, i bellatores, che vigilano sulla sicurezza del paese, i lavoratori che tengono su la baracca di una democrazia borghese industrialmente assai avanzata e gli oratores, che altro non fanno che pregare o studiare, esentati sia dal servizio di leva che dal lavoro e mantenuti da dignitosi sussidi. In tutto questo, le donne, mogli amatissime e rispettate, le figlie rispettosissime e ossequiose, le madri autorevolissime e confidenti, altro non hanno che questi tre ruoli e nessuna emancipazione reale: il problema dell’integralismo rabbinico antifemminista è reale, ma qui molto sfumato. Tuttavia, in questo godibilissimo Beautiful della Gerusalemme profonda (il riferimento è interno: nella prima serie la nonna, alloggiata in un ospizio borghese, si appassiona proprio alla soap americana, che vede in televisione in camera sua – Orrore per la famiglia! Guardare la televisione!! – e il nipote, fraudolentemente, le strappa i cavi) è piuttosto interessante quello che non si vede: vagamente, infatti, si intravede, dalla ristretta prospettiva del loro microcosmo urbano, il rapporto con la nazione sionista e, soprattutto, non viene affrontata la vera discriminante dei rapporti col mondo produttivo. È una domanda che sorge spontanea anche passeggiando nei dintorni del Muro del Pianto, dove gli haredim si affollano numerosi e inoperosi: “Ma come campano!? Quando vanno a lavorare??!”. Ecco il punto, tutta la popolazione ultraortodossa, con rare eccezioni, non lavora e campa di sussidi statali, istituiti dal governo nel 1999 (la cosiddetta Legge Tal, ora messa in discussione, ma solo con una risicata maggioranza, dalla Corte Costituzionale) assieme alla esenzione dal servizio militare per gli studenti, a vita, delle Yeshivà, le scuole religiose toraniche. Fascino degli ultraortodossi. Insomma, nelle riserve indiane dei quartieri ebraici, i nativi sono cresciuti e moltiplicati, fino a costituire un serio problema, demografico e sociale, per il bilancio pubblico e un evidente scollamento rispetto ai lavoratori “gentili”. Shtisel (dal cognome del patriarca della famiglia al centro della narrazione) non ci dice certo questo, ma fa venire voglia di saperne di più e a questa domanda implicita speriamo di aver risposto almeno in parte. La serie, giunta ormai alla terza stagione, e in attesa della quarta, è il piacevole ritratto di un’umanità scolpita con precisione assoluta, infarcita di storielle Yiddish, a volte un po’ macchiettistiche, ma sempre ricca di sfumature psicologiche di ammirabile cesello, piena di appassionanti confronti dialettici, di storie autentiche con un plot sempre credibile. Sarà per l’edizione non doppiata, nell’originale tedesco mitteleuropeo degli aschenaziti, per cui si deve porre molta attenzione ai dialoghi, ma Shtisel è piuttosto interessante, a tratti divertente, sempre ben costruito: uno spaccato di umanità cocciuta e coesa, felice a modo proprio, legata a un tempo antico, biblico appunto, che ogni tanto, dalla nostra impura modernità, ci può persino affascinare.

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