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L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo

L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo di Jay Roach, con Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, Alan Tudyck, John Goodman, sceneggiatura di John McNamara dalla biografia di Dalton Trumbo di Bruce A.Cook, musica di Theodore Shapiro, USA, 2015.

Con lo scoppio della Guerra fredda l’anticomunismo, che si era già manifestato con la prima “Paura rossa” del 1917-19, tornò ancor più violentemente alla ribalta non solo come politica ufficiale, ma come un profondo atteggiamento culturale che andava molto al di là della scarsissima conoscenza che il pubblico aveva del marxismo e che portò a fenomeni di sospetto, delazione, autocensura e isterica attenzione nei confronti di tutto ciò che, ritenuto “comunista”, appariva antiamericano. L’industria cinematografica, particolarmente esposta in quanto dipendente dal giudizio del pubblico e da quello dei finanziatori, negli anni ’30 si era già data un codice di comportamento teso a evitare accuse di immoralità. Nei secondi anni ’40 le Major e il sindacato degli attori lo ripresero in chiave anticomunista con l’appoggio di grandi star come John Wayne. Si verificò, così, una sorta di tempesta perfetta col coincidere delle iniziative dei produttori e dei sindacati di attori, registi e sceneggiatori, delle indagini del FBI, delle inchieste di commissioni parlamentari come la HUAC e di un’opinione pubblica terrorizzata dalla sovietizzazione dell’Europa dell’est, dalla vittoria della rivoluzione maoista in Cina nel 1948 e dallo scoppio della prima bomba atomica sovietica nel 1949. Nel 1947 lo HUAC chiamò a testimoniare  diecine di appartenenti all’industria cinematografica sospettati di simpatie comuniste e fra essi un gruppo di noti sceneggiatori e registi. Seguiti da avvocati del PCUSA, essi, in nome della libertà d’opinione garantita dal I° Emendamento, si rifiutarono di rispondere alla domanda chiave, quella se erano mai stati comunisti o membri del partito. Erano gli Hollywood 10 e questo atteggiamento li portò in giudizio, dove vennero condannati. Trumbo era fra loro.

Il film, centrato sulla vita personale e famigliare del protagonista, risolve la complessa vicenda politico-culturale del periodo nella figura, tanto odiosa quanto reale, della giornalista reazionaria Hedda Hopper e nei gesti ostili della gente, il man on the street: insufficiente, ma inevitabile perché  rappresentabile in immagini. Più appropriato è il racconto della reazione di Trumbo: la catena di montaggio di sceneggiature di film innocui o improbabili non firmati o firmati con nomi falsi che mise in piedi per sopravvivere e far vivere altri colleghi, raccontata nei dettagli assieme alle sue manie, come quella di scrivere immerso nella vasca da bagno fumando una sigaretta dopo l’altra; i due Oscar presi da suoi film firmati da altri o con un nome inesistente come “Vacanze romane” del 1953 e “La più grande corrida” (1956), fino a quando nel 1960 Kirk Douglas e Otto Preminger lo “sdoganarono” con “Spartacus” ed “Exodus”  ridandogli nome e fama. Un segnale che i tempi stavano cambiando. Trumbo ebbe così “l’ultima parola”, anche se altri furono meno fortunati e dovettero emigrare o rimasero schiacciati dall’ostracismo di cui furono vittime.

Come ogni film biografico questo non rende la complessità dello scontro politico e ideale di quegli anni, né la dialettica fra cultura mainstream e nascente controcultura che indebolì la presa dell’anticomunismo cospiratorio; ma è efficace nell’illustrare attraverso una vita esemplare l’asprezza degli ostracismi posti in essere in quegli anni. Occorre ricordare che nel 2007 apparve un film documentario su Trumbo firmato dal figlio di questi Christopher che si ritiene la migliore presentazione della vita di Dalton.

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