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“The Gilded Age”: l’età dorata della Grande Mela

di Stefano Battilana

Lo potremmo definire un prequel di Downtown Abbey, nato dalla stessa penna dell’autore Julian Fellowes, con personaggi diversi ma lo stesso ambiente aristocratico altoborghese, con le stesse sapide battute, le caratterizzazioni estreme sempre fortemente delineate, lo stesso predominio salottiero delle donne. Non è un caso che uno dei romanzi più famosi di Henry James abbia come titolo originale The Bostonians, che va correttamente tradotto in Le Bostoniane: sono le donne, infatti, le titolari delle relazioni sociali, a volte anche degli affari, anche se la realtà economica rimane sempre sottotraccia rispetto a quella sociale. Il mondo aristocratico di Henry James della metà dell’Ottocento è il prodromo ideale di quello dorato della New York degli anni del decennio 1870, durante la Seconda rivoluzione Industriale, periodo in cui si svolge The Gilded Age. Anche qui il titolo originale, mantenuto tale nella serie Sky Now, aiuta tantissimo: non Golden Age, un’età dorata mitologica, da cui siamo decaduti nell’attuale presente, ma gilded age, un’età placcata in oro, luccicante ma foriera di tensioni e sfracelli, di crisi sociale e precipizio dall’innocenza, come ci ricorda il titolo del famoso film di Scorsese “L’età dell’innocenza”, sempre ambientato nella New York benestante di fine ‘800, tratto da un romanzo di Edith Wharton, grande ammiratrice del “maestro” Henry James, al punto da cedergli parte dei propri diritti d’autore per sostentarlo. Insomma, i riferimenti culturali sono tanti e tutti i personaggi ruotano attorno al primato della parola arguta e a quel setting jamesiano, reso così bene dal film di Ivory, “I bostoniani”.

È ora comunque di entrare nel vivo della storia e rintracciare, come fatto per Downtown Abbey, il personaggio più corrosivo, le cui battute fulminanti scrostano la patina di ipocrisia di un mondo che viaggia sulle nuvole dell’etichetta: non troverete in The Gilded Age l’ossessione per il “business” o per il “deal”, vocaboli che tanto impazzano nei barbecue all’aperto o sui campi di golf della classe dirigente americana di oggi. Negli anni della New York in ascesa, che pochi anni dopo cominciò a venir definita “la grande mela”, una città che affondava le sue radici nella America più profonda (“solo i grandi provinciali arrivano in città” diceva Sinclair Lewis, autore di Babbit), l’aristocrazia cittadina parlava di eventi mondani, di opportunità sociali, di tradizione, col tono sagace di chi sa conversare e dominare il confronto dialettico. Comunque, come in Downtown Abbey, anche in The gilded Age ci aiuta l’età e il grado di parentela. Anche qui è la decana di famiglia, la zia Agnes, a tagliare i panni di un ambiente affettato (pardon per il gioco di parole), anche qui, col dualismo dei mondi complementari e speculari già visto in Downtown Abbey, i domestici sono più conservatori dei padroni, quelli sì a volte audacemente snob, nel vero senso etimologico del termine, cioè sine nobilitate, pur se sempre strettamente ligi al dress-code.

Proprio nell’abbigliamento si palesa una connotazione americana: tuba e marsina nere per gli uomini, vestiti ottocenteschi, voluminosi al pari di un tendaggio e sostenuti dalle crinoline e cappelli di dubbio gusto per le madame. Nulla a che vedere con la raffinata e al contempo sfarzosa eleganza di Dowtown Abbey: all’America manca il bon ton made in England e anche i personaggi si muovono in modo più stereotipato, con reazioni troppo meccaniche. Al di là del confronto estetico fra l’originale e il prequel, in cui il secondo soccombe ampiamente, anche il contesto storico ed economico della New York del 1870 è tagliato con l’accetta. Certo, il respiro lungo delle 54 puntate di Downtown Abbey, distribuite su ben due decenni del primo 900, sovrasta l’affastellamento dei personaggi americani, compressi in nove puntate e solo un triennio. Forse seguirà una seconda serie. le premesse ovviamente ci sono, ma intanto la tesi di fondo è già chiaramente annunciata dalla zia Agnes fin dalla prima puntata. Tutto il conflitto sociale nella capitale del capitalismo sta fra i “nuovi”, industriali arricchitisi enormemente, e i “primi”, aristocratici WASP, discendenti fin dai Pionieri della Mayflower. Sembra il contrasto fra la Noblesse de robe, competente e arrivista, come i capitalisti delle ferrovie e con un solo cognome come tutti i borghesi, e la nobiltà di spada, farcita di pregiudizi e doppi cognomi. I “primi” o per meglio dire gli unici, nel disegno programmatico di zia Agnes, sono deputati a preservare la “purezza” dei newyorkesi che contano, una casta chiusa, ma destinata dalla storia a soccombere o integrarsi davanti ai nuovi Creso, ricchi come un fondo sovrano. L’epilogo è scontato e già lo vediamo delinearsi alla fine dell’ultima puntata: i nuovi soldi cercano di nobilitarsi con i vecchi titoli, come del resto avviene in Downtown Abbey, dove la moglie americana del Conte di Grantham, sposata per il cospicuo patrimonio, porta nuova linfa a un vecchio ceppo e lo fa rinascere: potenza del capitale, sigillo del ‘900 in arrivo.

In conclusione, un cenno alla sigla di apertura della serie, che ci introduce al contesto storico della vicenda: simbolicamente ci mostra un treno a vapore sbuffante che dapprima scorre fra campagne sterminate, poi, quando entra in città, è contornato da pile di danaro, dollari accatastati a mazzette, che si elevano quasi come i futuri grattacieli. Età dell’oro per chi produce, solo sfavillante ed effimera per chi consuma le rendite del passato.

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