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Buongiorno, notte: l’immaginazione non ha mai salvato nessuno

Di Lucrezia Ranieri (Università della Tuscia)

L’inizio dell’estate ha visto approdare al cinema l’ultima opera di Marco Bellocchio, Esterno Notte. Il film in due parti, che verrà riproposto sotto forma di mini-serie in autunno, racconta il rapimento di Aldo Moro. Molti ricorderanno, tuttavia, che il tema del rapimento Moro è già stato trattato da Bellocchio in un altro film, ormai quasi 20 anni fa, di cui viene ora richiamato anche il titolo: Buongiorno, notte.

“Buongiorno, notte” è un film particolare: il rapimento Moro, evento spartiacque nella storia politica italiana, non viene raccontato nella sua dimensione storico-biografica, ma affrontato attraverso la lente intimista e onirica di Chiara, unica donna nel gruppo di rapitori. Il film si basa infatti sull’opera autobiografica “Il Prigioniero” di Anna Laura Braghetti, brigatista che nella realtà fornisce copertura ai compagni rinchiudendo Moro nell’appartamento di via Montalcini a lei intestato. La vicenda storica resta perciò sullo sfondo, benché naturalmente pervasiva. La lunga vicenda del rapimento, dal sequestro del 16 marzo ai funerali, viene vissuta attraverso le convinzioni, le paure e i dubbi di Chiara, la sua visione delle cose che nel corso della “notte della Repubblica” si incrina e poi si sgretola.

La narrazione del film si snoda dunque lungo tre linee narrative sovrapposte: quella della storia “ufficiale”, raccontata attraverso le immagini del telegiornale; quella delle vicende dei protagonisti, per lo più chiusi nell’appartamento assieme al Moro prigioniero; e quella dei sogni di Chiara, che permettono di seguire sia l’evoluzione psicologica della protagonista che di cogliere il giudizio di fondo che Bellocchio attribuisce all’intera vicenda.

Se, come dicevano, la storia “ufficiale” resta sullo sfondo, è pur vero che il telegiornale attraverso il quale passano incessantemente le immagini di repertorio resta l’unica finestra sulla realtà dei brigatisti rinchiusi nell’appartamento assieme al loro prigioniero; una finestra da cui raccogliere i frutti della loro azione che, però, in realtà non arrivano. Il consenso che i brigatisti si aspettano e cercano non si palesa. Emblematiche sono le immagini del comizio di Lama: la classe operaia in ascolto, quella classe operaia che dovrebbe plaudire all’azione delle BR, applaude invece le parole del segretario della CGIL che definisce i rapitori un “piccolo gruppo di assassini”. “Perché applaudono tutti?”, si chiede infatti uno dei carcerieri.

Il mondo dei brigatisti appare infatti completamente distaccato dalla realtà. Rinchiusi assieme alla loro vittima, sono rappresentati essi stessi come prigionieri. Non soltanto perché impossibilitati ad uscire e a vivere realmente; ma perché bloccati nella realtà stessa che mirano a combattere, ovvero quella familistica-borghese.

Il mondo rappresentato da Bellocchio che prende vita all’interno dell’appartamento è quello familiare: i brigatisti cucinano, lavano i panni, stirano, puliscono, guardano la televisione. Persino i ruoli sembrano conformarsi al quadro familiare, compresa la ribellione e fuga temporanea di uno dei rapitori verso l’inflessibile personaggio interpretato da Lo Cascio, padre-leader del gruppo.

Da questa dimensione asfittica sembra emanciparsi soltanto Chiara, libera di recarsi a lavoro e di interagire con la famiglia e i colleghi, rappresentando dunque, dopo la televisione, l’unico contatto con l’esterno a disposizione dei terroristi. Questa doppia dimensione nella vita di Chiara, però, entra presto in tensione. La rigidità ideologica dei suoi compagni fa da contraltare alla sfrontatezza ingenua del suo corteggiatore Enzo, le cui domande e osservazioni dirette e impertinenti aprono le prime crepe nella convinzione militante della protagonista. Ideologia e vita appaiono nel confronto inconciliabili: a che pro tanto fervore politico, si chiede Enzo, se il rovescio della medaglia è quello di condurre e far condurre una vita miserabile? La riflessione di Enzo sembra richiamare quel “residuo immenso” a cui lo stesso Moro si richiama, un residuo che vive al di là della politica e che l’estremismo rischia di disconoscere e sprecare. Altrettanto in tensione è poi la storia familiare di Chiara, fatta di un passato partigiano che non è parte, ma è anzi contrapposto frontalmente, al suo presente brigatista.

Questa tensione si concretizza anche nella terza linea narrativa, quella onirica. Bellocchio ci porta dentro i sogni di Chiara, popolati dapprima dalle immagini dei trionfi del socialismo sovietico e dagli eccidi dei partigiani da parte dei nazisti, ma che poi si concentrano sempre più sulla figura di Moro, immaginato da Chiara libero di girovagare per l’appartamento e intento a leggere – come se la costrizione ineludibile della realtà potesse sciogliersi solamente in sogno, in una libertà immaginata che dà seguito alle parole di Enzo: “l’immaginazione è reale”.

Ma è proprio nel finale che la distanza tra realtà e immaginazione si fa incolmabile. Bellocchio sembra dare ragione a Chiara, che a Enzo rispondeva dicendo che “l’immaginazione non ha mai salvato nessuno”. Chiara è ormai pentita, cerca di convincere i compagni a lasciar perdere l’assassinio, ma la linea è tracciata e la sentenza immutabile: Moro deve morire, “i compagni sono tutti d’accordo”. Accompagnate dalla musica dei Pink Floyd, nelle immagini del funerale appaiono le facce dei protagonisti di allora; poi Bellocchio ci mostra ancora Moro, ma, come nei sogni di Chiara, è libero e cammina, da solo, in una mattina di pioggia e sulle note di Schubert, per le strade di una Roma indifferente.

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